lettura e illustrazione critico-culturale
di Giuseppe F. Pollutri
di Giuseppe F. Pollutri
Utilizzando l’odierna
tecnologia, con frequenti colloqui, e visualizzando lo studio siracusano
dell’artista con una web-cam, ho potuto seguire, sia pure a distanza ma nelle
sue successive fasi, l’elaborazione, sia tematica che tecnica, di una delle
ultime opere in scultura create dal vastese-siracusano Gianfranco Bevilacqua:
“Aretusa”. Del mito e del tema di riferimento il nostro se n’era occupato già
qualche anno fa con
l’opera “Alfeo e Aretusa” che qui (a fondo pagina ndr) mostreremo assieme alla sequenza d’immagini dell’ultimo manufatto.
l’opera “Alfeo e Aretusa” che qui (a fondo pagina ndr) mostreremo assieme alla sequenza d’immagini dell’ultimo manufatto.
A conclusione del colloquio
a distanza con l’artista, ho elaborato una
mia lettura della matrice culturale d’ispirazione e di postfazione sull’opera d’arte che ben volentieri metto a
disposizione per i canali d’informazione ai quali viene indirizzata.
Per chi lo desidera:
maggiori info ed altre visualizzazioni delle opere dell’artista, pittore e
grafico oltre che scultore - definibile, per restare nel clima culturale
evocato, un “diomedeo-aretuseo” - è possibile trovarle in Rete su http://gianfrancobevilacqua.blogspot.it/).
GFP
opera in cotto di Gianfranco Bevilacqua, scultore
Il mito di riferimento ispiratore
Aretusa è nel mito dell’Ellade, ma risiede tuttora in Ortigia, a Siracusa, con il suo Alfeo. La bella ninfa, concupita dal giovane, turbata, disdegnando all’abbraccio del figlio di Oceano, dalla Gregia riparò in Sicilia e per sottrarsi al suo desiderio chiese aiuto ad Artemide. La regina dei boschi, per dare soccorso alla sua ninfa, l’avvolse in una nube per poi discioglierla in una fonte sorgiva. Fu così che Alfeo con l’aiuto di Zeus, mutatosi a sua volta in fiume, deviò il suo corso e sin dalla terra ellenica, trascorrendo sotto il mare Ionio, s’unì all'amata fonte sul lido siracusano di Ortigia. Questo accadde nel tempo che fu, quando gli dei e i figli delle divinità, pur disdegnati ma ancestralmente fecondanti, si univano alle figlie dell’uomo.
Aretusa, Ophelia, Lilith (l’Eva babilonese) e le altre - L’immagine-opera di Bevilacqua, per tema e composizione, richiama alla mente un quadro del pittore inglese John Everett Millais che con l’amico e sodale Dante Gabriele Rossetti ebbe a condividere, quale idealizzata modella, Lizzie Siddal, definita “il volto dei Preraffaeliti”. Nel pittore inglese la donna ritratta è la shakespeariana “Ophelia”, eroina tragica e romantica che diede ispirazione a tanti altri artisti dell’ottocento: per lo stesso Rossetti, come per John William Waterhouse, e già prima per il francese Eugène Delacroix. Nell’età contemporanea altri ancora, fra cui un Salvator Dalì, riprenderanno a figurare Ofelia nel suo ineludibile annegamento in un ruscello, o a ‘raccontarla’ in teatro e poi con l’arte nuova cinematografica. Una figura letteraria approdata anche nel sol Levante: nel 2009 la giapponese Kaya canta di Ophelia, e l’immagine di lei è sulla copertina del suo cd.
Aretusa e Ofelia dunque. La ninfa formosa e solare del tempo olimpico di Grecia e l’eroina amletica delle atmosfere goticheggianti e ombrose dei paesi nordici. Parallelismo d’immagine ma anche sostanziale diversità. Ofelia delicata e diafana creatura trovò libertà nella morte; la sua evasione esiziale dal dramma si concretizza in un annegamento suicida, seppure fra canti, stelle, venti e fiori. Aretusa, fiera e formosa ninfa, in un tempo in cui uomini ed eroi dipendevano strettamente dal volere o capriccio degli Dei, si affido alla divinità del culto professato e finì per essere mutata da corpo carnale in un elemento naturale, tangibile ma trascorrente, fonte di vita ma inafferrabile. La mitica metamorfosi narrata nel suo nome (metafora corporea dell’immaginario) serve ad comunicare ad altri quel che antropicamente è, ma non evidenziabile se non per somatizzazioni e trasformazioni dell’essere primigenio.
Nel tempo del Mito e ancora oggi, nel nome di Aretusa, come in quello di Ofelia o della Lilith donna-dea di Babilonia (l’Eva del Vecchio Testamento) l’uomo vede e immagina l’archetipo della donna d’amare e far propria: perchè la vita continui, benchè il suo possesso sia difficoltoso e comunque apparente. Non a caso si legge “...fui creata dalla terra per essere la prima donna di Adamo, ma io non mi sono sottomessa”. Lo stesso artista - pittore, scultore o poeta - usa l’espressione verbale o la figurazione fatta di segni semantico-mimetici per illustrare un sentimento o un desiderio comune, ma è essa stessa metafora del tentativo di possedere quel che, suadente e appetibile che sia, resta poi mutevole e inafferrabile. Come l’acqua. Come l’Aretusa che sfocia sul lido di Ortigia, la sorgente d’acqua dolce che dà ristoro agli uomini ma poi si getta e si disperde, per volere degli “dei”, o destino naturale che sia, nel grande alveo del mare. E con lei l’innamorato Alfeo anch’esso.
2.
L’opera di G. Bevilacqua, scultura
L’opera di Gianfranco Bevilacqua è al tempo stesso forma e metafora, segno plastico e significanza culturale. Dalla terra all’acqua, dalla materia alla sua mutazione morfica, dal sentimento personale e letterario alla sua rappresentazione, altra per segni e immagine. E’ ciò che, con sua peculiare cifra stilistica, tecnica e poetica fantasia, l’artista ha compiuto e ci mostra. Una forma essenzialmente monocroma, modulata dal bassorilievo alle parti a tutto tondo, giocata tra pieni e vuoti, luci e ombre alla vista, plasmata nella duttile argilla con fare demiurgico, funzionalmente mutante per evocare personaggio e tema. Nella galleria di questo artista che nasce sull’adriatico e si fa mediterraneo, ecco: ancora una volta una donna – intimistica ninfa se non dea per chi l’ama e la desidera - ci si mostra in una sua forma mutante, tra l’antropico per afflato divino e gli elementi primigeni del creato da cui l’Essere supremo la trasse.
La forma data dall’artista nella sua composizione plastica appare, come tutta la sua produzione, oggettivata da una essenzialità classica: la donna come forma da ammirare e concupire, l’acqua ruscellante come metafora dell’impossibilità di possederla, se non per quel tanto di sensitivo ed emozionante che l’elemento fluido, nell’immergerci, ci dà e permette. Non altro, senza accessori orpelli, decorativi e illustrativi, tanto cari al romantico ottocento; non vegetazione e cromie floreali, non vesti fluttuanti e ornamentali panni. La metamorfosi di Aretusa, da simbolo di negazione della forma e del piacere suscitato, parrebbe (come per l’amletica Ofelia) un divenire di privazione e di morte. Nell’opera del nostro, la dorata vivisità, leggermente patinata con cromie dell’insieme, ci fa dimenticare il simbolo sotteso e in essa ci è dato ancora ravvisare quello che fu motico di desiderio per Alfeo, ed oggi ancora il nostro: l’invaghirsi umano ed ancestrale per la forma quale segno della capacità creativa che fu del dio e da questi trasmessa all’essere umano.
Nella Aretusa di Bevilacqua il femmineo è un condensarsi metaformale ed insieme un dispiegarsi, con gli arti della donna, e del capo reclinato all’indietro, abbandonati al flusso dell’elemento acquoreo in cui si muta, in una posa che evoca quella disponibilità a concedersi già prima negata. Una forma che si muta in un simbolo, un simbolo che da significato valoriale alla forma. La particolare modalità di ‘formare’ di questo artista vastese-siracusano (una sfoglia materica modulata dalle dita sino a renderla per certo grado mimetica e significante), in questo caso come in altri, è un naturale medium per ciò che si vuole mostrare. Ancora un gesto d’arte e una visualizzante, in certa misura edonistica, narrazione episodica, mitica se si vuole, di ciò che in vita fa gioire o dolorare un uomo. Nell’oggi, come fu nel tempo remoto.
Giuseppe F. Pollutri













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