di Lino Spadaccini
Il nostro Santo Patrono nel tempo ha ispirato diversi poeti
vastesi. Dopo il sonetto ricordato ieri, del magistrato Francesco Giacomucci,
quest’oggi vogliamo proporvi altri versi in lingua e dialettali di autorevoli
poeti del passato.
Cominciamo con un sonetto molto bello di Domenico De Luca, dal titolo “A San Michele”, conservato
manoscritto nell’Archivio Storico “G.Rossetti”. La poesia
è una sentita e sincera preghiera elevata al Santo patrono, che veglia sul suo
popolo fedele, contro i terremoti e le epidemie.
Da Te campati,
Arcangelo possente,
Dal terremoto, e dal
ferale scempio;
Con provvido
consiglio, e savia mente,
I Padri nostri
t’elevaro un tempio.
E da quel fausto dì
costantemente
Su questo suol
vegliasti, sì che l’empio
Satanno freme chè
l’Istonia gente
Per te mostra una fede
senza esempio.
Ed oggi ancor, ai
pianti, alle querele
Mosso di questo popol,
Tu dal rio
Morbo salvasti il
gregge tuo fedele:
Ond’esso esclama in
coro: o Sommo Iddio,
Serbami a Protettor
sempre Michele;
Ed altro bene in terra
io non desio.
Sullo stesso tono e l’Inno a S. Michele Arcangelo, declamato
dal poeta Michele Genova, che nelle ultime due sestine scrive:
Or che i falli della
terra
An già colma la
misura,
Ed i mali ne fan
guerra
Angiol mio, deh placca
il Ciel!
Campa Tu dalla
Sciagura
Questo popolo fedel.
Che se gli Avi ti
sacraro
Un votivo monumento
E Tua gloria
tramandaro
Alla più remota età,
Tempii avrai ben
cento, e cento
Ch’ogni cor
l’innalzerà.
Non può mancare un sonetto del grande poeta e storico
vastese Luigi Anelli. Scritti nel 1900, i versi rappresentano un inno al nostro
protettore, acclamato dai contadini soprattutto in tempi di siccità. I versi si
chiudono con un’espressione piuttosto colorita, quando al rientro dalla
processione (un tempo nella chiesa del Carmine, poi a S. Maria Maggiore, come
abbiamo già visto nei giorni scorsi), le nuvole scaricano la pioggia benefica
per i raccolti.
Sande Micchele prututtàure
Sande Micchele noštre,
sci laudate,
è ‘n avvucate chi nin
dè’ ognîune:
di canda grazie chi ‘i
s’ è circate,
nin è minute sfalle
ma’ niscîune!
Si ‘ngasimende càpete
‘n’ annate
nghi la säcche e li
pùvere cafîune
si piàgnene lu grane
sumundate
chi arde ‘nzimbre nghi
li tirripîune,
bbašte chi ‘m
bricissiâune l’ ome vanne
a ripurtarle, e nin è
cchiù nijende!
D’ aritrascì’ alu
Quàrmene nim banne
bbone ‘n denbe, ca
dendr’ a nu mumende
si sciojje Gisù Crëšte
li mitanne,
e l’acche, sgiii!... a
piscete di jumende!
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