martedì 25 settembre 2012

Verso la Festa di San Michele (3): ...c'è chi oltre a San Michele, bacia anche il diavolo!

Eh, cummà, famm’accundundà tutt’e ddì!
 di Lino Spadaccini
Nel cammino di avvicinamento alla festa patronale, anche oggi vogliamo riproporre qualche notizia interessante, alcuni versi e una gustosa scenetta.
Il giornalista e letterato
Francesco Pisarri, tra le pagine de Il Vastese d’Oltre Oceano, parlando della chiesa e della statua del nostro Santo patrono, scriveva: “Com’è soave il nostro bel San Michele! La statua ce lo mostra quale un giovinetto guerriero bellissimo: la statua, forse contemporanea della chiesa, e che prima era tutta di bianco – oro, ma di recente è stata scelleratamente ritoccata con tutti i colori dell’iride, e che, a mio parere, sarebbe opera santa ripristinare nella sua semplice antica bellezza!”.
Ai piedi dell’Arcangelo, giace sottomesso il demonio. “Quis ut Deus?” (Chi è come Dio?) pronunciò l’Arcangelo Michele scagliandosi contro Lucifero, quando questi mise in discussione il potere di Dio. A tal proposito, c’è un simpatico episodio pubblicato da Espedito Ferrara tra le Effemeridi del suo Histonium, dal titolo
 San Mmicchèle e lu dujâvele”:
Una donna, prima di uscire dalla chiesetta, bacia il piede di San Michele. La comare, che le sta accanto, bacia il piede di S. Michele e poi bacia anche il diavolo.
Che ffì, cummà, te sì stuppedèite? – osserva la donna.
Eh, cummà, famm’accundundà tutt’e ddì! N’ se sa nu jurne gna po’ j’ ffenè!...

Chiudiamo con un sonetto pubblicato nel 1898 dal magistrato Francesco Giacomucci, scritto proprio nella sua abitazione vicino la chiesa patronale, dal titolo
 “Notti”:
Ombre ho davanti, e in cuor; ululi brevi
Foran l’anima mia, su quest’altura.
Angiol Michele, la tua spada è pura
Or sul demonio, e i tuoi calcagni lievi!

Sognai quassù (tu rammentar mi devi)
Tra cielo e mare, ne la notte oscura:
Recava il vento un fremer di paura,
Tu sguinzagliar Lucifero parevi…

Ero su’ quindici anni e per la fronte
Correvan fiamme; spiriti dannati
E le ripe intravidi, io, d’Acheronte:

Ma pur, gli anelli ne la man serrati,
Tu sorridesti e di tenere impronte
Parvero gli occhi del dimon segnati.






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