giovedì 12 luglio 2012

"Pi’ ‘nu puòrce" di FP Sorgente, un "riuscitissimo esempio" di commedia dialettale


Francesco Paolo Sorgente, autore
della commedia "Pi nu puorce"
  
recensione di 
LUCA CASANTINI *

Se è vero che la drammaturgia comica in volgare, la cui nascita è concordemente individuata nel 1508 con la Cassaria di Ludovico Ariosto, affonda le sue radici in un passato relativamente remoto e presenta una storia ampia e complessa di evoluzioni e trasformazioni interne, ben più lo è quella della commedia popolare dialettale, soprattutto in un Paese quale il nostro, la cultura del quale è di questa ricchissima tradizione e diversificazione linguistica il dolceamaro frutto.
Pi’ ‘nu puòrce, primo e, anticipando quelle che saranno le conclusioni di questa analisi, ben riuscito esperimento drammatico di Francesco Paolo Sorgente, si inserisce perfettamente sul solco di questa tradizione, riproponendo, talvolta volutamente, talvolta forse involontariamente temi, personaggi, luoghi letterari e stilemi a metà strada tra la classicità e il teatro moderno, come spesso accade nella letteratura popolare.
L’intreccio narrativo, in sé abbastanza piano e lineare, propone come fulcro l’atavica rivalità tra il personaggio principale, Raffajéle Zombafùsse, spaccone e vanaglorioso, velata maschera del Miles gloriosus di plautina memoria, ma liquidato dai suoi conoscenti con un icastico «é fatte mmalamènde!», e il suo comprimario Ròcche Strozzahallëjne, un istintivo e scarsamente fantasioso «maciaràune» che «tè’ ‘nu curtélle p’ógne saccòcce». La reiterata offesa verbale arrecata a quest’ultimo da parte di Raffajéle, che ripetutamente e più o meno velatamente gli dà del puòrce in pubblico, scatenerà l’ira sanguinaria del suo rivale, il quale perpetrerà la propria vendetta uccidendone il padre e la madre.
Attorno a questo funesto delitto di sangue - di cui attori e pubblico vengono a conoscenza senza assistervi direttamente, secondo la più canonica tradizione del teatro classico - si sviluppa quindi l’intera vicenda, che fa alternare sulla scena gli innumerevoli personaggi della commedia, i compaesani vastesi tutti, sconvolti dalla brutalità del gesto e al contempo interessati a comprenderne autore e movente. Nel tentativo di far chiarezza interverranno le forze dell’ordine e anche la televisione locale, con tanto di illuminati esperti. La verità tuttavia, seppur attraverso mistificazioni da parte degli stessi protagonisti coinvolti, emergerà soltanto sul finire del dramma, quando l’intervento sapiente e posato di Don Rumé e il suo invito universalmente condiviso a scavare nelle proprie coscienze per ritrovare la via di casa sortiranno l’effetto dovuto, convincendo Raffajéle al perdono e Ròcche alla confessione e alla cosciente accettazione delle proprie colpe.
E infatti, al di là del riso e del lazzo, è proprio quello della ricerca personale il perno centrale attorno a cui l’intera vicenda ruota. Non è un caso che l’intero primo atto si svolga all’interno del circolo ricreativo histoniense Arritruhuámeje, per poi spostarsi, col secondo, nell’intimità raccolta della Cchišéule di San Micchèle a lu Uašte. L’avversario principale contro cui Raffajèle dovrà scontrarsi non è tanto la violenta ferinità di Ròcche, quanto piuttosto la mancata disposizione da parte propria a voler affrontare debolezze e paure, riconoscendo e smascherando quegli alibi che vorrebbero addirittura negare la palese verità del delitto dei genitori dietro il consapevole autoinganno della causa accidentale.
Arena alle Grazie: i ringraziamenti finali
Si inizia a comprendere, quindi, quanto quella che vorrebbe porsi come una semplice commedia dialettale di costume finisca per veicolare messaggi ben più alti e profondi. Essa infatti si chiude, non si conclude: l’appagante e liberatorio commiato finale, attraverso il quale si ristabilisce quel sano rapporto di pace fraterna tra gli attori e tra il pubblico, non risolve e appiana definitivamente i drammi del singolo, ma piuttosto lo pone di fronte alla necessità quotidiana di un ripiegamento su se stessi e di un recupero, seppur faticoso, di sani e genuini rapporti con il prossimo.
È anche questa, in un certo senso, la grandezza dei testi popolari: la capacità di lasciar emergere, tra le battute salaci, talvolta al limite della trivialità e della bestemmia scanzonata e bonaria, importanti intenzioni. Ecco perché le verità più semplici e profonde non escono dalla bocca degli illuminati professori  Aldo Analfabeta e Enza Cervello, chiamati dalla televisione ad indagare sul delitto: la loro vuota retorica e l’incapacità all’ascolto stridono fortemente con la semplicità e la popolare sapienza di Raffajèle, che dal basso della sua ignoranza amaramente riconosce quanto «lu troppë studijé’ j’à dàt’a la còcce», facendo eco al compare Tuné, per il quale «addò ci šta’ tànde cirvèlle, ci šta’ pòche chéure».
Non manca certo la proverbiale ricerca del facile riso attraverso il sapiente e reiterato uso dei malintesi, degli equivoci verbali, dei giochi di parole, del lessico spiccio e popolare, della pratica spettacolare “bassa” della farsa, delle azioni parossistiche, della grottesca rappresentazione di alcuni personaggi-tipo di contorno, della disinibita e dissacrante spontaneità con cui si trattano le autorità terrene e divine, di fronte alle quali sfilano una carrellata di improbabili fedeli alla ricerca di un’interessata relazione col santo di turno e tra cui si simula addirittura l’ingaggio di una gara sportiva.
Pregio innegabile del testo è senza dubbio la scelta, apertamente contro tendenza nell’ambito teatrale contemporaneo, dell’uso parco delle didascalie sceniche esterne, rispetto alle quali vengono preferite quelle interne; e in ultimo, ma per mere ragioni espositive, non possono non essere evidenziate la meticolosa ricerca di luoghi e personaggi profondamente inserite nel tessuto sociale del Vastese, nonché la cura linguistica, frutto di un sapiente e filologicamente rispettoso recupero della più genuina dicitura del vernacolo locale: elementi tutti, questi, che fanno della commedia popolare Pi’ ‘nu puòrce un riuscitissimo esempio di genere.

*docente di Materie letterarie, latino e greco presso il Liceo Ginnasio Statale Pilo Albertelli di Roma e collaboratore alla cattedra di Letteratura greca presso l’università LUMSA di Roma

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