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| Francesco Paolo Sorgente, autore della commedia "Pi nu puorce" |
LUCA CASANTINI *
Se è vero che la drammaturgia comica
in volgare, la cui nascita è concordemente individuata nel 1508 con la Cassaria
di Ludovico Ariosto, affonda le sue radici in un passato relativamente remoto e
presenta una storia ampia e complessa di evoluzioni e trasformazioni interne,
ben più lo è quella della commedia popolare dialettale, soprattutto in un Paese
quale il nostro, la cultura del quale è di questa ricchissima tradizione e diversificazione
linguistica il dolceamaro frutto.
Pi’
‘nu puòrce, primo e, anticipando
quelle che saranno le conclusioni di questa analisi, ben riuscito esperimento
drammatico di Francesco Paolo Sorgente, si inserisce perfettamente sul solco di
questa tradizione, riproponendo, talvolta volutamente, talvolta forse
involontariamente temi, personaggi, luoghi letterari e stilemi a metà strada
tra la classicità e il teatro moderno, come spesso accade nella letteratura
popolare.
L’intreccio narrativo, in sé abbastanza
piano e lineare, propone come fulcro l’atavica rivalità tra il personaggio
principale, Raffajéle Zombafùsse, spaccone e vanaglorioso, velata maschera del Miles gloriosus di plautina memoria, ma
liquidato dai suoi conoscenti con un icastico «é fatte mmalamènde!», e il suo
comprimario Ròcche Strozzahallëjne, un istintivo e scarsamente fantasioso «maciaràune»
che «tè’ ‘nu curtélle p’ógne saccòcce». La reiterata offesa verbale arrecata a
quest’ultimo da parte di Raffajéle, che ripetutamente e più o meno velatamente gli
dà del puòrce in pubblico, scatenerà
l’ira sanguinaria del suo rivale, il quale perpetrerà la propria vendetta
uccidendone il padre e la madre.
Attorno a questo funesto delitto di
sangue - di cui attori e pubblico vengono a conoscenza senza assistervi
direttamente, secondo la più canonica tradizione del teatro classico - si
sviluppa quindi l’intera vicenda, che fa alternare sulla scena gli innumerevoli
personaggi della commedia, i compaesani vastesi tutti, sconvolti dalla
brutalità del gesto e al contempo interessati a comprenderne autore e movente. Nel
tentativo di far chiarezza interverranno le forze dell’ordine e anche la
televisione locale, con tanto di illuminati esperti. La verità tuttavia, seppur
attraverso mistificazioni da parte degli stessi protagonisti coinvolti,
emergerà soltanto sul finire del dramma, quando l’intervento sapiente e posato
di Don Rumé e il suo invito universalmente condiviso a scavare nelle proprie
coscienze per ritrovare la via di casa sortiranno l’effetto dovuto, convincendo
Raffajéle al perdono e Ròcche alla confessione e alla cosciente accettazione
delle proprie colpe.
E infatti, al di là del riso e del
lazzo, è proprio quello della ricerca personale il perno centrale attorno a cui
l’intera vicenda ruota. Non è un caso che l’intero primo atto si svolga
all’interno del circolo ricreativo histoniense Arritruhuámeje, per poi spostarsi, col secondo, nell’intimità
raccolta della Cchišéule di San Micchèle a lu Uašte. L’avversario principale
contro cui Raffajèle dovrà scontrarsi non è tanto la violenta ferinità di
Ròcche, quanto piuttosto la mancata disposizione da parte propria a voler
affrontare debolezze e paure, riconoscendo e smascherando quegli alibi che
vorrebbero addirittura negare la palese verità del delitto dei genitori dietro
il consapevole autoinganno della causa accidentale.
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| Arena alle Grazie: i ringraziamenti finali |
Si inizia a comprendere, quindi,
quanto quella che vorrebbe porsi come una semplice commedia dialettale di
costume finisca per veicolare messaggi ben più alti e profondi. Essa infatti si
chiude, non si conclude: l’appagante e liberatorio commiato finale, attraverso
il quale si ristabilisce quel sano rapporto di pace fraterna tra gli attori e
tra il pubblico, non risolve e appiana definitivamente i drammi del singolo, ma
piuttosto lo pone di fronte alla necessità quotidiana di un ripiegamento su se
stessi e di un recupero, seppur faticoso, di sani e genuini rapporti con il
prossimo.
È anche questa, in un certo senso, la
grandezza dei testi popolari: la capacità di lasciar emergere, tra le battute
salaci, talvolta al limite della trivialità e della bestemmia scanzonata e
bonaria, importanti intenzioni. Ecco perché le verità più semplici e profonde
non escono dalla bocca degli illuminati professori Aldo Analfabeta e Enza Cervello, chiamati dalla
televisione ad indagare sul delitto: la loro vuota retorica e l’incapacità
all’ascolto stridono fortemente con la semplicità e la popolare sapienza di
Raffajèle, che dal basso della sua ignoranza amaramente riconosce quanto «lu
troppë studijé’ j’à dàt’a la còcce», facendo eco al compare Tuné, per il quale
«addò ci šta’ tànde cirvèlle, ci šta’ pòche chéure».
Non manca certo la proverbiale
ricerca del facile riso attraverso il sapiente e reiterato uso dei malintesi,
degli equivoci verbali, dei giochi di parole, del lessico spiccio e popolare,
della pratica spettacolare “bassa” della farsa, delle azioni parossistiche,
della grottesca rappresentazione di alcuni personaggi-tipo di contorno, della
disinibita e dissacrante spontaneità con cui si trattano le autorità terrene e
divine, di fronte alle quali sfilano una carrellata di improbabili fedeli alla
ricerca di un’interessata relazione col santo di turno e tra cui si simula
addirittura l’ingaggio di una gara sportiva.
Pregio innegabile del testo è senza
dubbio la scelta, apertamente contro tendenza nell’ambito teatrale
contemporaneo, dell’uso parco delle didascalie sceniche esterne, rispetto alle
quali vengono preferite quelle interne; e in ultimo, ma per mere ragioni
espositive, non possono non essere evidenziate la meticolosa ricerca di luoghi
e personaggi profondamente inserite nel tessuto sociale del Vastese, nonché la
cura linguistica, frutto di un sapiente e filologicamente rispettoso recupero
della più genuina dicitura del vernacolo locale: elementi tutti, questi, che
fanno della commedia popolare Pi’ ‘nu
puòrce un riuscitissimo esempio di genere.
*docente di Materie letterarie, latino e
greco presso il Liceo Ginnasio Statale Pilo Albertelli di Roma e collaboratore
alla cattedra di Letteratura greca presso l’università LUMSA di Roma


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