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| Miracolo di San Michele a Liscia |
di Vincenzo Apollonio
Correva l’anno 1657 quando, nella
notte tra il 31 gennaio ed il primo di febbraio, una violenta scossa di
terremoto provocava morti e distruzioni in Puglia, particolarmente nel nord
della regione a Lesina, Lucera, Sannicandro e San Severo. L’onda dello tsunami,
come riferirono le cronache dell’epoca, raggiunse, attraverso la sinuosa valle
del fiume Fortore, l’ampia piana del Tavoliere delle Puglie, accentuando in tal
modo gli effetti disastrosi del sisma.
Nonostante la vicinanza del
territorio direttamente colpito all’Abruzzo Citeriore, la parte cioè d’Abruzzo
a sud del fiume Pescara, Vasto ebbe a subire
danni piuttosto limitati. La città era stata
già sostanzialmente risparmiata nel 1656 dal flagello della peste che tante vittime aveva invece mietuto nelle tormentate province partenopee, come a Chieti e nella stessa capitale del regno Napoli. Il popolo vastese attribuì gli scampati pericoli alla mano dell’Arcangelo Michele, da tempo immemorabile qui venerato e grazie alla sua intercessione furono risparmiate moltissime vite umane. L’universitas di Vasto, vale a dire la sua municipalità, decise allora di erigere all’Arcangelo un tempio per confermargli la devozione del popolo vastese e ringraziarlo per l’accordata sua protezione. Venne così costruita la chiesa di S. Michele, che fu ultimata nel 1675, come ancora ricorda la lapide che fu posta sulla sua facciata. Nel 1827 il papa Pio VIII, al secolo Francesco Saverio Castiglioni ( Cingoli di Macerata 20/10/1761 – Roma 1/12/1830 ), proclamò S. Michele Arcangelo protettore della città.
già sostanzialmente risparmiata nel 1656 dal flagello della peste che tante vittime aveva invece mietuto nelle tormentate province partenopee, come a Chieti e nella stessa capitale del regno Napoli. Il popolo vastese attribuì gli scampati pericoli alla mano dell’Arcangelo Michele, da tempo immemorabile qui venerato e grazie alla sua intercessione furono risparmiate moltissime vite umane. L’universitas di Vasto, vale a dire la sua municipalità, decise allora di erigere all’Arcangelo un tempio per confermargli la devozione del popolo vastese e ringraziarlo per l’accordata sua protezione. Venne così costruita la chiesa di S. Michele, che fu ultimata nel 1675, come ancora ricorda la lapide che fu posta sulla sua facciata. Nel 1827 il papa Pio VIII, al secolo Francesco Saverio Castiglioni ( Cingoli di Macerata 20/10/1761 – Roma 1/12/1830 ), proclamò S. Michele Arcangelo protettore della città.
La devozione a S. Michele Arcangelo risaliva
in verità a parecchi secoli addietro, probabilmente al 500-600, quando i
Longobardi si insediarono in Italia o forse anche a prima di allora, ai tempi
di Odoacre, il primo re barbarico dopo Romolo Augustolo, ultimo imperatore
romano d’Occidente. Ma fu con i Longobardi che il culto micaelico si diffuse in
tutto il mondo occidentale; uno dei luoghi dove maggiormente si affermò la
figura dell’Arcangelo nel meridione d’Italia fu certamente Monte S. Angelo sul
Gargano, dove il Santo avrebbe fatto 3 leggendarie apparizioni tra il 490 e il
493. La figura di S. Michele aveva forse preso il posto fra le nostre genti di
quella del mitologico Ercole, il semidio pagano protettore delle greggi e dei
commerci, nonché della fertilità e delle acque. Non è neanche da escludere che,
per le popolazioni barbariche che avevano occupato l’Italia dopo la caduta
di Roma, S. Michele potesse aver
sostituito Odino, in lingua tedesca Wotan, il dio della guerra e suprema
divinità dell’Olimpo germanico.
Per quanto riguarda il territorio
del Vastese si hanno notizie certe e documentate sul culto di S.
Michele solo a partire dal tardo medioevo; infatti nelle “Rationes decimarum
Italiae Aprutium-Molisium”, le cosiddette decime, relative agli anni 1324-1325,
a cura di P. Sella, Città del Vaticano 1936, si legge che nell’antico borgo di
Carpineto Sinello la chiesa parrocchiale era dedicata a S.Angeli, cioè a S.
Michele Arcangelo.
Come è a tutti noto la festività
di S. Michele è celebrata nel mondo cattolico il 29 settembre e così è per
Vasto che, come abbiamo sopra riferito, lo aveva acclamato suo protettore sin
dal 1827. A Vasto tuttavia, particolarmente nel rione di S. Michele, si
svolgono altri festeggiamenti in onore del Santo patrono l’8 maggio, pur se in
tono minore rispetto a quelli della festa patronale del 29 settembre. Quella di
primavera è a ricordo dell’apparizione del Santo sul Gargano a Monte S. Angelo
in provincia di Foggia, dove pure è solennemente festeggiato.
Esiste peraltro un’altra tradizione tra i
vastesi, quella del pellegrinaggio nell’ultimo venerdì di maggio a Liscia, ameno
paesino del Medio Vastese a 740 metri di altitudine: nel suo contado, sul
declivio boscoso di Colle S. Giovanni, altura del subappenino dei monti
Frentani di lato all’appena più elevata vetta del monte Sorbo, si trova infatti
un luogo mistico in cui il Santo è venerato. Si tratta di una chiesetta
rupestre ricavata in una grotta ricca di stalattiti al cui interno l’acqua
sorgiva viene raccolta per devozione dai fedeli. Una leggenda narra che lì
davanti si fermasse improvvisamente un torello che veniva rincorso da un
pastore di Palmoli; a lui apparve in tutto il suo sfolgorante splendore
l’Arcangelo Michele. Agli inizi del Settecento i marchesi D’Avalos fecero
innalzare sul posto una cappella votiva e da allora quel santuario è visitato
da tantissimi pellegrini provenienti non solo da Vasto, bensì da ogni altra
parte d’Abruzzo e dal vicino Molise. Di particolare suggestione è l’incontro
dell’8 maggio delle due processioni provenienti da S. Buono e dall’abitato di
Liscia, quando, dopo aver celebrato la messa nell’eremo di S. Michele, il
sacerdote che precede la processione di S. Buono scambia la stola col parroco
di Liscia; questi officierà per i cittadini di Liscia, dopo che tutti i fedeli
si sono fusi, a poche centinaia di metri dal santuario, in un unico corteo.
E’ un vero peccato che questo
lembo dell’entroterra vastese sia ricordato probabilmente solo per le storie
del brigantaggio postunitario, quando i luoghi erano infestati da bande
spietate fra cui quella famigerata dei fratelli Giuseppe e Michelangelo Pomponio
di Liscia, che cadde infine per mano del
carabiniere piemontese Chiaffredo Bergia. Eppure i posti sono stupendi, la
natura incontaminata a primavera è di una incomparabile struggente bellezza
quando a maggio il rigoglioso bosco si tinge di chiazze di giallo dei corimbi,
le vistose infiorescenze del maggiociondolo, il tipico arbusto spontaneo di
questi verdi colli.
VINCENZO APOLLONIO
| IL MAGGIOCIONDOLO |
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