martedì 6 marzo 2012

Un uomo d'altri tempi: il prof. Michele Lattanzio (1855-1931) direttore della Scuola Tecnica G.Rossetti


Proseguendo nell’intento di riscoprire storie e personaggi della Vasto che fu, oggi vogliamo ricordare Michele Lattanzio, apprezzato insegnante e direttore della Scuola Tecnica “G.Rossetti”.
Nato a Vasto il 20 marzo 1855 da Gaetano e Ruggiero Carmela, compì i primi studi nella città natale e dopo aver frequentato il ginnasio, si trasferì a Napoli dove frequentò l’Accademia di Belle Arti, ottenendo l’abilitazione all’insegnamento del disegno e, successivamente, della calligrafia.In seguito alla prematura
scomparsa del padre, essendo il figlio più grande, prese in mano le redini della famiglia. A 22 anni entrò come insegnante di disegno e calligrafia nella Scuola Tecnica “G.Rossetti” di Vasto e vi rimase fino alla meritata pensione, nel 1925.
Lavoratore instancabile, alla scuola dedicò tutte le sue energie, prima come insegnante e dal 1907 come Direttore. Amante dell’ordine  e della precisione, ogni giorno rimaneva nella scuola anche dopo le ore di lezione per mettere in ordine ogni cosa e sbrigare le pratiche in ufficio. “Il direttore, allora non si parlava di preside, era il prof. Michele Lattanzio”, ricordava Giuseppe Pietrocola qualche anno fa, “dotato di una voce molto potente che intimoriva gli studenti. Usava portare gli occhiali soltanto per leggere e quando doveva guardare qualcuno li sollevava sulla fronte con un gesto che gli era abituale, ma che in realtà non lasciava presagire niente di buono, perché gli studenti erano spesso sorpresi a combinare qualche marachella. Nella Scuola Tecnica non esisteva l’istituto della sospensione; se qualche alunno veniva espulso dalla classe e sorpreso nel corridoio, don Michele se lo portava in direzione, che era sistemata in una stanzetta con un gran tavolo centrale sempre ingombro di carte, e gli faceva fare due o tre giri a suon di schiaffoni ben assestati. Dopo di che il malcapitato con le orecchie ben rosse era riaccompagnato in aula e la questione era dichiaratamente conclusa. Naturalmente i reduci dalle attenzioni di don Michele si guardavano bene dal riferire i fatti a casa, perché certamente avrebbero avuto dai genitori un adeguato supplemento”.
Dal 1° dicembre 1925, alla soglia dei 70 anni, venne messo a riposo, per raggiunti limiti di età, ma in realtà un uomo con le sue capacità non poteva rimanere fuori dalla vita pubblica e dalle attività. Numerose furono le cariche da lui ricoperte: Presidente della Casa di Conversazione, Presidente della Croce Rossa sezione di Vasto, tesoriere della Congrega di S. Pietro, segretario dell’Ente Pro Marina, cassiere del Comitato Antitubercolare, consigliere del Consorzio Agrario, deputato teatrale con i filodrammatici, Presidente del Club mandamentale dei cacciatori, Presidente della Congrega di Carità e del Civico Ospedale, insegnante presso l’Istituto Commerciale “N. Paolucci” e Vice Podestà del Comune. “Lavoro molto più di quando ero a Scuola!”, era solito ripetere, ed era vero, perché sapeva assumersi fino in fondo le responsabilità, ricoprendo ogni ruolo gli venisse affidato, sempre con la stessa passione e dedizione.
Appassionato di poesia, grazie alla sua voce profonda e all’espressione carica di sentimento veniva spesso chiamato per declamare in pubblico o a teatro versi di autori famosi oppure quelli scritti di suoi pugno, come ad esempio “Scriviamo nel cielo”, intenso inno dedicato alla propria città:
[…] Ecco, dall’alto della torre piatta, / Vasto saluta il sole che lo bacia / e in quest’ora dorata, stupefatta, / la torre pare di color di bracia. / Anche questi rintocchi del mattino / vivranno eterni fra la terra e il cielo / e, sfumando nel vuoto cilestrino, / aleggeranno trasparente velo. / Così questa città racconta al mare / e al sole del mattino la sua vita, / ché del sole e del mar si può fidare, / ché mare e sol non l’hanno mai tradita. / Io grigio e piccolino sulla rena / come tanti pel mondo o fra quei muri, / se della vita vivo l’altalena, / la vivo in grazia di quegli archi scuri, / di quei vicoli stretti, della torre, / dei campanili, di quei coppi grigi / che nel tempo che corre e che trascorre / han visto scarsi gli attimi felici. / Da San Michele a San Nicola, allora, / dall’Aragona all’onda cilestrina, / (è l’incanto struggevole dell’ora, / o una coscienza nuova stamattina?) / su quei muri fratelli, maltrattati / dal tempo, dalla terra, dagli eventi, / dalle guerre degli uomini accecati, / da crudeltà, da vili tradimenti, / alziamo gli occhi nuovi queste mani […].
Del prof. Michele Lattanzio cosa ci resta? A questa domanda ha cercato di rispondere Alfonso Sautto, il quale, scosso per la morte dell’amico, il 6 aprile del 1931, gli ha dedicato un piccolo libretto, ed ha scritto che di lui “Resta il nome, simbolo d’una esistenza dedicata alla carità, alla pietà, alla preghiera; una lunga vita di lavoro, di studio, di speranze, di sogni, di dolori e di amore; resta il nome che Vasto, memore dei suoi figli , ha scritto fra i benemeriti cittadini!”.

Lino Spadaccini

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