di Lino Spadaccini
Il giorno di carnevale, lungo Corso De Parma (l’antica Corsea) e in Piazza Lucio Valerio Pudente, si svolgevano lunghe battaglie a suon di confetti, coriandoli e stelle filanti.
Antica consuetudine abruzzese piuttosto lugubre e ripugnante, importata dai mercanti baresi, era quella del carnevale morto. Su un carretto veniva sistemato un fantoccio fatto di cenci e di paglia. Intorno c’erano varie maschere con lumi accesi e grossi campanacci. Dietro il carretto, seguiva la moglie di carnevale, che addolorata piangeva il marito morto. Tutt’intorno i monelli schiamazzavano e
gridavano lagnosamente: “È morto Carnivale, e po’ po’ po’!”.
Antonio De Nino, nel suo libro Usi e costumi abruzzesi, vol.II, a tal proposito, annotava: “Si fa, inoltre, un carnevale di cartone, portato da quattro becchini con pipe in bocca e fiasche di vino a tracolla. Innanzi va la moglie di Carnevale vestita a lutto e piange, e piangendo ne dice delle grosse! Ogni tanto la comitiva si ferma; e, mentre la moglie di Carnevale fa la predica, i becchini fanno una tirata alla fiasca. In piazza poi si mette sopra un rialzo il defunto Carnevale; e, tra il rumore dei tamburi, gli schiamazzi della moglie e l’eco della moltitudine, danno fuoco a Carnevale”.
In alcuni paesi abruzzesi veniva messo un uomo in carne ed ossa all’interno di una cassa da morto, seguito da un finto prete, con tanto di acquasantiera e aspersorio, e alcune donne piangenti , intente a gridare:
Carnivale, pecchè scì morte?
Pane e vine non te mancava;
La ‘nsalata tinive a l’orte:
Carnevale, pecchè scì morte?
Ed anche:
Carnivale, pirchè seì muorte?
La ‘nsalata tenivi all’uòrte:
Lu presutte tenivi appise:
Carnevale, puozz’ esse accise.
La versione vastese della mascherata aveva una chiusura più serena. Un pulcinella enorme, con un cuscino sulla pancia, sotto i vestiti, a dimostrare il troppo cibo ingozzato, messo su un cavallo bianco, andava verso l’imbrunire per la città gridando:
“Chi te li maccarune d’avanze!
Ecche la panze! Ecche la panze!”
E poi aggiungeva:
“Popolo di Vasto, statti bene!
Stanotte me ne vado!
Arrivederci st’altr’anno!”.


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