da Luigi Murolo riceviamo e pubblichiamo
La mia risposta
Caro Franco,
ti rispondo in ritardo perché solo oggi ho letto la tua lettera. Non sapevo che la mostra organizzata dal Centro di studi e documentazione dell’isola di Ustica e dalla famiglia di Scalarini fosse stata allestita da te (sul manifesto l’indicazione era pertinente al solo coordinatore del dibattito). Se fosse stato scritto allestimento di Franco Sacchetti, allora avrei saputo a chi rivolgermi. Vedi, purtroppo le incomprensioni si basano su informazioni fornite male. E quando ciò accade, come puoi immaginare, si determina sempre un corto circuito che non giova mai alla comprensione del problema. In una città che dimentica sempre chi dà inizio a qualcosa (l’amico Nicola D’Adamo, ad esempio, ha fatto bene a rammentare chi, a Vasto, per primo, fornendo l’elenco completo degli internati, ha favorito la celebrazione del giorno della memoria), rende sempre molto fastidioso accettare il senso di un’omissione. E ti dico, farei la stessa cosa (anche se, fortunatamente, non ne hai bisogno), se qualcuno, organizzando una mostra documentaria su Aldo Finzi o su Raffaello Giolli – o sui principali esponenti del gruppo antigramsciano dei comunisti internazionalisti – internati a Vasto, dimenticasse di citarti come l’allestitore della mostra su Scalarini.
E qui non si tratta di discutere intorno a sciocche primazie. Nel mio intervento precedente ho precisato questo dato parlando della ricerca di Carmine Spartaco Capogreco: «Un’operazione culturale che guardava al futuro se si pensa che, grazie al tandem Pillon/Jubatti, per Vasto non sarebbe valso ciò che Capogreco dice delle altre città sede di “campi”: «Nella seconda metà degli anni Ottanta intrapresi un lungo viaggio che mi portò a visitare – dopo averne completato la mappatura – tutti i luoghi dei campi italiani. Potei così constatare lo stato di abbandono o la completa distruzione degli edifici o delle baracche, e il conseguente mancato riconoscimento sociale come “luoghi di memoria”». Invito a leggere ciò che Capogreco scrive di Villa Sorge a Lanciano. Ciò vale da solo a stabilire quanto sia stato essenziale il lavoro di Pillon/Jubatti. Lo affermo senza mezzi termini. È grazie a quello scritto che il campo di Istonio Marina comincerà a avere il riconoscimento sociale di “luogo della memoria”» (ma come scrivi tu, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»).
Ora, sai che cosa significa tutto questo? Che la parte più avveduta della città, a differenza di altri luoghi, fin dal 1982, conosce l’esistenza del “suo” campo di internamento. Che ne è informata diciotto anni prima della legge istitutiva del Giorno della memoria (ti farà forse piacere sapere che lo stato italiano vi provvederà solo con la n. 211 del 20 luglio 2000). Che solo il 27 gennaio 2007 (cinque anni fa) il comune di Vasto ha deciso di allocare una targa commemorativa (io c’ero all’inaugurazione. E tu?). Sicché quando scrivi: «io ritengo più singolare di qualunque altra cosa che, nonostante le tue competenze, e la presenza in città di almeno un fondo di collezione con materiali scalariniani, non sia mai stata organizzata una mostra a lui dedicata, e correggimi se sbaglio», dici una mezza verità. Se lo stato riconosce solo nel 2000 il giorno della memoria e il comune di Vasto lo comincia a attuare dal 2007, come puoi pensare che a qualcuno potesse interessare come primo atto una mostra su Scalarini? (ma come scrivi tu, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»).
Che cosa deriva da tutto questo? Molto semplice. Che solo il Centro di studi e documentazione dell’isola di Ustica e i familiari – e giustamente – potevano pensare di costruire una mostra ad hoc e, in particolare, questi ultimi un official website sul proprio illustre Maggiore. Vedi caro Franco. Le mostre non si importano già belle, confezionate e reiterabili ad libitum. Devono avere il carattere dell’unicità e dell’originalità. Altrimenti non si tratta di una mostra, ma di un’esposizione più o meno ricca di copie, dal carattere itinerante e, per forza di cose, privo degli autografi. Se ti interessa, l’Archivio di Stato di Chieti (ASC) ha organizzato una documentatissima esposizione (disponibile a costo zero in qualsiasi momento) sugli ebrei della provincia di Chieti interessati dai provvedimenti razziali (del resto, nel giorno della Shoa, si ricordano principalmente i soggetti colpiti da disposizioni razziali. A Vasto, ad esempio, è stato relegato l’ebreo-ex-fascista Aldo Finzi, sottosegretario agli Interni durante l’assassinio di Matteotti, perseguitato dal regime dopo il 1938, e infine ucciso alle Fosse Ardeatine. Perché non hai organizzato nulla su di Lui? Perché non c’era qualcosa di già precostituto oppure perché, come scrivi tu, scopo dell’iniziativa «non era tracciare storia e storiografia del campo di internamento di Istonio»)? Scusami. Se è così, perché hai richiesto al Centro di studi e documentazione dell’isola di Ustica e ai nipoti di Scalarini una mostra preconfezionata da presentare a Vasto? Molto semplicemente perché come Giolli, Venegoni, Finzi, Borsa ecc., Scalarini è stato internato anche a Istonio Marina (ma come scrivi tu, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»).
Tu dici che sul campo di Vasto «sono già stati prodotti articoli, pubblicazioni, promosse iniziative di valore negli anni scorsi». Bene. Ma sul dott. Nino Vittorio Bedarida, ebreo residente a Vasto dal 1930 con tutta la sua famiglia (la moglie, Lucia Servadio, era radiologa), primario di chirurgia e libero docente in Patologia chirurgica e in Clinica chirurgica e medicina operatoria all’Università di Bologna, nessuno ha detto niente. Con la mostra già organizzata di Chieti, avresti potuto esibire il suo decreto di espulsione dal lavoro del 1938. Ma, lì non c’è scritto che Bedarida, fuggito nel 1940 a Tangeri, ha operato dal 1957 con l’associazione ebraica Oeuvre de secours aux enfants, occupandosi dell’assistenza medica degli ebrei perseguitati in Europa. In quei documenti non ci sono scritte tante altre cose (e come scrivi tu, anche in questo caso, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»). Ma chi come me si occupa di personaggi molto più sconosciuti di Scalarini, purtroppo deve seguire i tortuosi sentieri della ricerca, mettere insieme i tasselli più disparati (servirsi magari delle collezioni come quelle di Pino Jubatti, che – bada bene – possiede gli originali, non le fotocopie. Non si tratta di una differenza da poco. E quando scrivi: ubi maior, minor cessat, ho la sensazione – ma avrò senz’altro capito male – che ti sfugga la differenza tra copia e originale), e solo alla fine riuscire a organizzare una povera mostriciattola. Vedi caro Franco, chi studia su documenti di prima mano ha la pessima abitudine di non ricorrere a grandi collezioni con temi già prefissati ma si sforza di pensare a “qualcosa” che risponda, nel tempo, ai magri esiti del suo modestissimo lavoro. Proprio per questo motivo, pensa di non essere all’altezza di basarsi su associazioni dalla forte connotazione politico-amministrativa pro tempore che sa giocare il Presidente in carica.
Scusami. Ma ti stavo parlando del campo di Istonio. La questione è rilevante. Dal l982 qualcuno già aveva cominciato a apprendere che “qualcosa” c’era stato e che, di conseguenza, da allora qualcuno potesse dire: «io non sapevo». È vero. Non si conoscevano i dettagli che si sarebbero conosciuti più tardi. Ma, il testo di Pillon pubblicato da Jubatti già faceva un breve elenco di internati: Mario Borsa, Raffaello Giolli, Carlo Silvestri, Corrado Bonfantini, Giuseppe Scalarini, Edmondo Cione, Mattei (ed è da quel momento che mi sono procurato le fotocopie di Mario Borsa, Memorie di un redivivo, Milano, Rizzoli, 1945; di Giuseppe Scalarini, Le mie isole [licenziate alle stampe postume, solo nel 1992, dieci anni dopo lo scritto di Pillon. Come vedi, il prezioso testo di Pillon anticipava prima di tutti l’informazione sull’internamento del vignettista in quel di Vasto]; di Giovanni Grilli, Due generazioni. Dalla settimana rossa alla Guerra di Liberazione, Roma, Rinascita, 1953 che accusava Carlo Silvestri di essere «zelantissimo servitore del regime»). È bene precisarlo. I nominativi forniti da Pillon sono anteriori alle ricerche sui campi del duce avviate da Capogreco (ma come scrivi tu, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»).
Non voglio aggiungere altro, se non una cosa. Che l’internato di Istonio Marina Bruno Maffi, comunista bordighista, non solo è stato il primo traduttore di tutto Il Capitale di Karl Marx (disponibile oggi nell’economicissima edizione della Newton-Compton), ma anche il traduttore di un libro di uno scrittore che sicuramente conoscerai: Pietro Di Donato. Sì, Cristo fra i muratori è versione di Bruno Maffi (fatta notare nel mio volumetto dedicato allo scrittore italo-americano). E sarebbe stato bello poter tracciare il filo rosso (è proprio il caso di dirlo) che, proprio a Vasto, lega involontariamente l’ex-relegato di Istonio Marina con l’autore di Christ in concrete.
E allora, caro Franco. È chi allestisce a dover cercare, oltre alle proprie, eventuali altre possibili indicazioni (a questo servono gli studi precedenti). Non il contrario. Ad esempio, chiedendo al carissimo Peppino Catania le sue cronache sui soggiorni vastesi di Di Donato, ho ritrovato una inesauribile miniera di notizie da utilizzare (citando passo dopo passo la fonte). È così che si procede per evitare il maggior numero possibile di errori. È così che si opera per non incorrere nei corti circuiti della comunicazione (ma come scrivi tu, ciò implica banalmente «puntualizzare alcuni dettagli della relativa vicenda vastese»).
Spero di aver chiarito il mio punto di vista. Per il resto, credimi tuo
Luigi Murolo
Il Vasto, 1° febbraio 2012
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