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| San Pietro (Archivio Di Marco), |
Tra il 1579 ed il 1594 venne costruito a ridosso della facciata un grande atrio “a fin di darsi più lume alla Chiesa”. Ma nel 1854 l'atrio crollò e non venne mai riscostruito per mancanza di fondi. Noi vi mostriamo i disegni del progetto che doveva cambiare il volto della chiesa, distrutta poi dalla terribile frana del 1960.
Nell’Archivio Storico di Casa Rossetti è conservato un interessante fascicolo con il progetto “Per la ricostruzione dell’Atrio della Regia Chiesa sotto il titolo di San Pietro in Vasto”, che ci testimonia un aspetto inedito e poco conosciuto dell’antica chiesa vastese.
In realtà la facciata della chiesa di S. Pietro non era come ce la mostrano le immagini immortalate nelle cartoline e foto d’epoca, o stampate nella memoria di coloro che, età permettendo, hanno visto la chiesa prima della demolizione del 1960. Il Marchesani nella sua Storia di Vasto ci riferisce che tra il 1579 ed il 1594 venne costruito a ridosso della facciata un grande atrio “a fin di darsi più lume alla Chiesa”. Un’opera probabilmente di utilità per la chiesa, anche come elemento decorativo, ma costruita su basi piuttosto fragili, tanto che nella metà dell’Ottocento, a causa della sua pericolosità, se ne ordinò l’abbattimento.
In seguito alle verifiche effettuate agli inizi del dicembre 1854, con le colonne “strapiombate più di mezzo palmo, ed i muri considerevolmente lesionati”, si giunse all’inevitabile decisione dell’immediata demolizione della struttura “non potendosi ritener l’idea di restaurarlo per la condizione delle fabbriche”.
Ma leggiamo direttamente dalla perizia effettuata dagli architetti Luigi Dau e Pietro Romani, la descrizione dell’atrio: “L’Atrio della Chiesa di S. Pietro, di base rettangolare di palmi 60 per 33, è formato nel davanti da due colonne e due pilastri agli angoli con colonne incastrate, e lateralmente da una colonna isolata, e due colonne incastrate ai detti pilastri e al muro della Chiesa. Quindi si hanno sette intercolonii. L’area è coperta da tetto a padiglione, la cui armatura, in corrispondenza delle falde trapezoidali de’ lati lunghi, ha cinque incavallature posate sopra mensoloni di legno inpernati alle corde e in corrispondenza delle falde triangolari de’ lati corti è improvvidamente costituita di semplici puntoni poggiati con un estremo alla sommità de’ muri laterali, e riuniti per l’altro estremo al vertice delle due prime incavallature…”.
Nella relazione redatta in data 28 dicembre 1854, l’architetto Pietro Romani attesta la regolare demolizione dell’atrio e afferma che “i calcinacci furono gittati alle Lame, i materiali servibili risultati dalla demolizione furono ammucchiati parte all’angolo rientrante del lato meridionale del campanile e parte dietro l’abside, e che in fine i legnami del tetto, le mattonelle ed i ceppi furono chiusi in un luogo di custodia appartenente alla medesima Chiesa…”.
Subito dopo la demolizione già si pensò alla sua ricostruzione poiché “la ricostruzione dell’atrio restituisce alla facciata di quella Chiesa l’unico ornamento di cui è suscettibile, e serve a garantire la solidità del muro della facciata istessa, il quale senza di questo appoggio ne difetta evidentemente e potrebbe in conseguenza venir meno tra non molto con serio danno della Chiesa”. Ma da subito ci si trovò davanti ad un muro insormontabile: il reperimento dei finanziamenti. La notevole spesa, di 2193 ducati (lievitata nel corso degli anni fino a 9087 ducati), non poteva essere sostenuta dalla chiesa. Essendo San Pietro di Regio Patronato, si tentò la strada del finanziamento da parte del Tesoro. Gli anni passarono, continue furono le richieste rivolte, tramite la Sotto-Intendenza, al Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti. Nel 1872 arrivò la definitiva bocciatura in quanto, anche per la mancata disponibilità della Congrega del SS. Sacramento a contribuire alla spesa, la nuova opera, da realizzarsi solo per “una maggiore decorazione”, venne giudicata “ne necessaria ne urgente”, essendo la chiesa “intera”.
L’atrio non venne mai costruito e oggi non ci rimangono che alcuni disegni di quello che avrebbe potuto cambiare il volto di una chiesa, a cui il destino ha riservato pagine tristi e dolorose che non avremmo voluto mai ricordare.
Lino Spadaccini
I disegni di come doveva essere ricostruito l'atrio di San Pietro a fine '800

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