Questa sera alle ore 18 la statua di San Michele Arcangelo verrà portata in processione fino a S. Maria Maggiore dove rimarrà esposta fino al 30 settembre.
Una tradizione che ormai si ripete da tanti anni, a cui si è giunti attraverso accese polemiche e litigi tra le confraternite delle chiese di S. Maria Maggiore e del Carmine, con il coinvolgimento di Vescovi e amministratori locali.
LA STORIA DI QUESTA SECOLARE TRADIZIONE
In seguito all’epidemia di tifo petecchiale del 1817, che causò la morte di oltre duemila vastesi, il popolo implorò l’intercessione dell’Arcangelo per allontanare il flagello. La mattina del 20 settembre la statua di S. Michele venne portata in processione per le strade della città e rimase esposta nella chiesa di S. Giuseppe, allora unica chiesa parrocchiale. Questa tradizione andò avanti fino al 1842, quando l’allora Sindaco Pietro Muzii espose ai decurioni l’idea di portare il culto di San Michele nella chiesa del Carmine: “... La detta Chiesetta rurale, essendo angusta, si pensò di ampliare mediante due cappelle laterali, le quali sono in costruzione. Riflettendo che al Santo protettore della nostra Patria ogni convenienza suggerisca di erigere una decente Chiesa nel seno del nostro abitato, m’indusse di pregare il nostro Monsignor Arcivescovo a permettere che il culto di San Michele sia trasferito anche nella bella Chiesa urbana del Carmine ora di patronato comunale… Così detto tempio, potrebbe esser decorato dal titolo di Chiesa di San Michele e del Carmine… Allora la festa degli 8 di Maggio si celebrerebbe nella cappella rurale e la festa de’ 29 di Settembre si solennizzerebbe nella novella Chiesa Urbana. Fino a che però la costruzione delle due cappelle non sarà perfezionata in essa chiesetta suburbana attualmente ingombra di materiali si farà anche la festa di Maggio nella Chiesa del Carmine…”.
In seguito all’epidemia di tifo petecchiale del 1817, che causò la morte di oltre duemila vastesi, il popolo implorò l’intercessione dell’Arcangelo per allontanare il flagello. La mattina del 20 settembre la statua di S. Michele venne portata in processione per le strade della città e rimase esposta nella chiesa di S. Giuseppe, allora unica chiesa parrocchiale. Questa tradizione andò avanti fino al 1842, quando l’allora Sindaco Pietro Muzii espose ai decurioni l’idea di portare il culto di San Michele nella chiesa del Carmine: “... La detta Chiesetta rurale, essendo angusta, si pensò di ampliare mediante due cappelle laterali, le quali sono in costruzione. Riflettendo che al Santo protettore della nostra Patria ogni convenienza suggerisca di erigere una decente Chiesa nel seno del nostro abitato, m’indusse di pregare il nostro Monsignor Arcivescovo a permettere che il culto di San Michele sia trasferito anche nella bella Chiesa urbana del Carmine ora di patronato comunale… Così detto tempio, potrebbe esser decorato dal titolo di Chiesa di San Michele e del Carmine… Allora la festa degli 8 di Maggio si celebrerebbe nella cappella rurale e la festa de’ 29 di Settembre si solennizzerebbe nella novella Chiesa Urbana. Fino a che però la costruzione delle due cappelle non sarà perfezionata in essa chiesetta suburbana attualmente ingombra di materiali si farà anche la festa di Maggio nella Chiesa del Carmine…”.
Nel 1855, a causa del restauro della chiesa di San Michele, questa usanza venne interrotta: la statua tornò al Capitolo, nella chiesa di S. Maria Maggiore, dove esso ufficiava. Ma nel 1876, con il sindaco Francesco Ponza, si tornò a portare la statua dell’Arcangelo nella chiesa del Carmine, ma restarono a cura ed a spese della Congrega del SS. Sacramento e Sacra Spina le funzioni e le processioni.
Per altri quarantacinque anni la statua del Protettore venne regolarmente portata nella chiesa del Carmine per le solenni festività, ma il 22 giugno del 1921, accadde un episodio increscioso, che portò a polemiche e scontri anche duri tra la Congrega di Maria SS. del Carmine e la Congrega del SS. Sacramento e Sacra Spina: alcuni cittadini, capeggiati dal parroco di S. Maria e dalla sua congrega, senza permesso, andarono a prelevare il santo protettore nella sua cappella per portarlo in processione per le strade di Vasto, ma la statua, anziché far ritorno alla Chiesa del Carmine, venne portata nella chiesa di S. Maria Maggiore.
Questo gesto provocò la rivolta della Congrega del Carmine, il quale si rivolse al commissario prefettizio di Vasto ed all’Arcivescovo di Chieti per denunziare l’atto di forza dei fedeli “Mariani”.
Lo stesso Arcivescovo Monterisi, l’anno successivo, pubblicò una lettera indirizzata al popolo cristiano della Città di Vasto, dove ammonì duramente l’atto compiuto dalla Congrega del SS: Sacramento e della Sacra Spina, definendolo illegale e irragionevole, in quanto l’unica chiesa che avrebbe potuto avanzare qualche diritto sulla processione del Patrono era solo la Cattedrale, cioè S. Giuseppe, e non certamente S. Maria. Pronta risposta della Congrega, attraverso la pubblicazione di una lunga e ragionata lettera, datata 22 marzo 1922, a firma del suo presidente, Umberto Manzitti, Situazione sempre più difficile da gestire per Monterisi, il quale si vide costretto a scrivere al Sottoprefetto Scarciglia affinché non si modificasse il diritto del Carmine, fino a quando S. Maria non avesse ottenuto regolare sentenza giuridica nel foro ecclesiastico. Contraddicendo alla volontà dell’arcivescovo, il Sottoprefetto si armò di cento carabinieri per tutelare la pretesa di S. Maria.
“...Ingiurie, fischi, dimostrazioni, minacce di sassate e peggio, sono forza bruta, e cioè la negazione della religione e fino della civiltà”, riferiva Nicola Gizzi, priore della chiesa del Carmine, “La quale violenza sarebbe certamente apprezzata e ammirata da qualche tribù barbara africana, ma non dalla civilissima Vasto, che ne è invece profondamente nauseata”. Nonostante le dure, quanto vane proteste, il Consiglio Comunale, in data 13 settembre 1924, deliberò la revoca del voto espresso nel 1842 dal Decurionato e la richiesta all’Arcivescovo di Chieti di voler dare parere favorevole affinché si portasse la statua del Patrono nella chiesa di S. Maria Maggiore. Al Vescovo non restò che accettare la situazione e dare la sua approvazione.
Lino Spadaccini
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