venerdì 15 aprile 2011

Oggi la solennità della Sacra Spina (La Sanda Speine)


di Lino Spadaccini
Stasera, alle ore 18, nella solennità della Sacra Spina, Mons. Bruno Forte, Arcivescovo della Diocesi di Chieti-Vasto, presiederà la concelebrazione eucaristica, cui farà seguito la processione della sacra reliquia per le vie del centro storico.
Tanta è la devozione del popolo vastese verso questa reliquia, e tanti sono gli episodi che la tradizione e i libri di storia ci hanno tramandato. Una di queste è presente nel dipinto, datato 1857, sulla volta della navata centrale di S. Maria Maggiore, opera del pittore vastese Andrea Marchesani, dove è raffigurato “Il Miracolo della Sacra Spina”, per ricordare un episodio avvenuto nel 1643. La notte della vigilia del Corpus Domini, probabilmente a causa di un lume rimasto acceso, l’Altare maggiore, prese fuoco e ben presto le fiamme divamparono su tutto il presbiterio, alimentate dalla presenza del legno del coro, dei sedili e dell’altare. Le fiamme arrivarono fino al tetto, tanto che cominciarono a cadere, una dietro l’altra, tutte le travi che lo sostenevano. La gente richiamata dal fumo e spaventata dalle alte fiamme che fuoriuscivano dalla chiesa, rimase inerme davanti a tanta sciagura. Il pensiero della gente andò subito alla Sacra Spina, che in quel tempo si conservava all’interno di una nicchia di legno dell’Altare maggiore. Coraggiosamente uno schiavo turco, impietosito dalle preghiere del popolo, ma anche incoraggiato ad intervenire, con la promessa di guadagnare la libertà, si spinse all’interno della chiesa, e trovato un varco tra le fiamme, riuscì ad arrivare fino all’altare ed a portare in salvo la Sacra Spina.
Ancora tanti sono i miracoli attribuiti alla Sacra Reliquia. Come scriveva Francesco Leone sulle Notizie Istoriche appartenenti alla Sacra Spina, stampato a Napoli nel 1778: “Quindi può ognuno agevolmente arguire quanto maggiori, e più frequenti siano le grazie, che si dispensano da lei a favore de’ Cittadini Divoti. Non v’è disgrazia, non v’è male, che si faccia a minacciare questa fortunata Città, che alla comparsa di tal prodigiosa Reliquia non si dilegui!”. L’autore dell’opuscolo ricorda l’incendio divampato in casa Raimondi, la mattina del Sabato Santo, ma portata la Sacra Spina sul luogo, da un Sacerdote Capitolare, “appena imboccossi in quella strada, donde poteva vedersi l’incendio, le vampe si ritirarono, e non prima giunser Ella presso l’ardente casa, che affatto con universale stupore spontaneo si spensero”. Un altro anno, a causa delle devastazione di un imponente sciame di locuste, venne portata in processione la Reliquia e “le infeste bestiole aggomitolatesi concordamente in aria a forma di vasta, e densa nube, fuggirono a sommergersi in mare”. Nel 1777, a causa della siccità durata per tutta l’estate e per buona parte dell’autunno, si decise di far uscire in processione la Sacra Spina, ma il giorno precedente alla data fissata, cadde una pioggia benefica.
E chiudiamo con una preghiera alla Sacra Spina, scritta da Francesco Leone, presumibilmente verso la fine del Settecento, contenuta in un volumetto manoscritto conservato presso l’Archivio Storico di Casa Rossetti:
O sacrosanta Spina / Tanta del divin Sangue, / Da cui ciascun, che langue, / ottien la sanità, / Ed ogni tribolato, / Ch’umìle a Te ricorre / Ti trova pronta a torre / Ogni calamità; / Invidio la tua sorte, / Che dal selvaggio stelo / Staccata, il Re del Cielo / T’ergesti a coronar; / Ma poi scusar non posso / L’audacia tua tant’empia, / Con cui le sacre Tempia / Giungesti a traforar. / Ti rammentasti forse / Allor ch’l turpe errore / Del primo Genitore / Dal suol ti fece uscir, / e la natia fierezza / Ti fece in quest’incontro / Con tanto strazio contro / Di Cristo incrudelir. / Oh Dio, chi vide mai / Più barbaro tormento? / Raccapricciar mi sento, e palpitare il cuor; Piangon la Terra e’l Cielo / A sì funesta vista, / L’uomo fedel si attrista; / Tu non n’avesti orror, / Tu fosti più spietata / De’ Chiodi, della Croce, / E della Lancia atroce, / Che ‘l Corpo strapazzar, / Ma l’Alma tu feristi / Fin nella propria sede, / S’è ver quel che si crede / Nel Capo dimorar. / Almeno il fallo antico / Or contro me correggi, / E per tuo scopo eleggi / Il sucido mio cuor. / Feriscilo, traforalo / Acciò del suo peccato / Col proprio umor lavato / Ricorra al suo Signor, / E gli presenti un vero / ed acre pentimento, / In cambio del tormento, / Ch’egli per me soffrì. / Oh s’io potessi a Cristo / Farmi in patir compagno, / Farei certo guadagno / Del Cielo, ch’egli aprì. / Spina, mia Protrettrice, / Converti in vita mia / La morte acerba e ria, / Che fece il buon Gesù; / A piè della sua Croce / Spingi quest’Alma afflitta, / E resti ivi confitta / Per non peccar mai più; / A terra ossequioso / Innanti a Te mi getto; / Quest’è ‘l favor, che aspetto, / Altro bramar non so: / In Te confido e spero; / Se Tu mi presti aita, / Dopo quest’egra vita / Il Cielo acquisterò.

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