Il primo marzo del 1877 ci lasciava Filippo Betti, letterato, matematico, filologo e filosofo.
Quest’uomo merita un’attenzione particolare perché è stato un grande personaggio (e come poteva essere altrimenti, il figlio dello storico Benedetto Maria Betti, una delle menti più erudite che la nostra città abbia potuto vantare) reso ancora più grande perché ha dovuto recuperare, e visto i risultati lo ha fatto molto bene, un gap molto elevato, in quanto completamente cieco.
Aveva soli tre anni quando, tra il 25 e 26 luglio del 1805, a Vasto si avvertì una violenta scossa di terremoto. Le persone in fuga, trovarono rifugio in una baracca malsana fuori Porta Castello. Lì il piccolo Filippo si ammalò e ben presto divenne completamente cieco. In età giovanile, grazie ad una notevole forza d’animo e tanta passione, venne aiutato dagli amici con le continue letture. Ben presto divenne egli stesso molto erudito in materie letterarie e soprattutto di matematica e fisica e divenne uno dei principali e quotati educatori del tempo.
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| Esempio di scrittura al tatto di Betti, cieco. |
“Appresi che egli scriveva, passeggiando”, scrive Giuseppe Signorini nel 1886 su “L’Amico dei ciechi”, “col tenere la carta su di una tavoletta di legno raccomandata al collo: e onde potesse scrivere direttamente, appoggiava la penna tra due verghette di filo di ferro accomodato sulla carta stessa. Alla fine di ogni rigo, trasportava più sotto le verghe, ponendo mente alla misura dello spazio lasciato in bianco: e veramente a me parve cosa miracolosa che un cieco avesse scritto così chiaramente. Dotto, quanto modesto”, prosegue il Signorini, “non amò la celebrità, e studiava quasi per sola soddisfazione dell’animo: del che fanno fede i molti scritti rimasti sin qui inediti e che, dati alla luce, avrebbero potuto collocarlo tra’ più colti filologi del nostro tempo”.
Grazie ad una lettera di Francesco Altea, Direttore del Gabinetto Archeologico di Vasto, inviata sempre al periodico per ciechi, possiamo apprendere ancora dei particolari sulla tecnica di scrittura del Betti, anche a parziale rettifica di quanto già scritto precedentemente dal Signorini: “…si fè costruire una macchinetta… da poter servire anche ai veggenti che si trovano al buio… Tale macchinetta era…con righi fissi d’una intera pagina, come una falsa-riga, sotto cui adagiavasi il quaderno di carta. Essa consisteva in un piano di legno con un piccolo rialto interno, ove situavasi il quaderno, e in una cornicetta, di identiche dimensioni, unita al detto piano da due cerniere al dosso, da potersi aprire e chiudere, come la copertura del libro. La cornicetta”, prosegue Francesco Altea, nipote del Betti, “conteneva una ventina di fili di ferro orizzontali, come una persianina, e nel chiudersi sul piano, quei fili rimanevano un poco distanti dal sottoposto quaderno…”. La descrizione è ancora molto lunga e dettagliata a dimostrazione del genio di un povero cieco che si è improvvisato un piccolo inventore escogitando dei meccanismi per riuscire ad essere indipendente con la scrittura, piuttosto che far scrivere ad un'altra persona sotto dettatura.
Ma oltre alla descrizione della tecnica di scrittura, la lettera ci permette di conoscere ancora dei particolari molto interessanti sulla vita del Betti. L’Altea riferisce, infatti, della grande passione per la musica. “Quel che faceva pur meraviglia”, racconta il nipote, “era l’avere appreso la musica e l’arte del comporla con le regole del contrappunto, suonando la chitarra con una precisione ed un’agilità, impareggiabili”. In famiglia, il fratello Luigi possedeva una chitarra. Quando si assentava, Filippo correva a prendere la chitarra per strimpellare. Imparò così in fretta, che una volta tornato il fratello a casa, che era all’oscuro delle capacità del fratello, quando lo sentì suonare rimase sbalordito nel sentire un pezzo di musica che lui stesso non era mai riuscito a suonare così bene. Filippo, quando udì i passi del fratello, corse a rimettere lo strumento a posto, per non sentire i soliti rimproveri, ma egli invece lo abbracciò teneramente e volle sentire nuovamente il pezzo. Divenne egli stesso maestro. Conoscendo le sue doti, il pubblico spesso voleva sentirlo suonare negl’intermedi in teatro, riservandogli sempre fragorosi applausi. L’Altea racconta anche che una volta, venuto a Vasto un musicista per un’accademia in teatro, ascoltando il Betti, rimase talmente colpito che strappò i manifesti dai muri e andò via. Un altro musicista, invece, volle sfidarlo suonandoci insieme. Mentre il Betti elogiava il forestiero, costui al contrario, fece intendere di saper suonare meglio del cieco. Il Betti non se ne risentì e, anzi, compose cinque difficili variazioni su un pezzo di Gioacchino Rossini, stupendo il pubblico e lo stesso forestiero, che non fu capace di suonarli nella stessa maniera del vastese.
Per adesso ci fermiamo qui, con la promessa di tornare presto sulla figura di questo straordinario personaggio.
Lino Spadaccini


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