Tanti i patrioti vastesi protagonisti del Risorgimento, ma alcuni loro hanno combattuto eroicamente pagando con la vita: uno di questi è Giuseppe Ricci, caduto il 3 novembre del 1867, nella tragica battaglia di Mentana.
Fin da giovane il Ricci, mostrò il suo pensiero liberale attraverso la poesia. A soli quindici anni scrisse un Canto agli uomini illustri d’Italia, dove vedeva l’unità della nostra penisola sotto Vittorio Emanuele. Nel 1860, ispirato dalle imprese di Giuseppe Garibaldi, scrisse un Inno di Guerra capace di infervorare gli animi dei patrioti.
Molto duro il Ricci nei confronti della Roma Pontificia. Ricordiamo che la fine del potere temporale avverrà solo il 20 settembre 1870, quando l’artiglieria del Regno d’Italia aprirà una breccia di circa trenta metri a Porta Pia, che permetterà loro l’ingresso. “No: l’Italia non è, né debb’essere confusa colla Chiesa di Roma”, scrisse il Ricci sulle pagine de Libero Pensiero, Giornale dei Razionalisti, in data 10 gennaio 1867, “perché lo spirito creatore di questa è esaurito, e l’Italia chiude in sé il germe d’una vita avvenire”. E ancora, “Piucché cattolica l’Italia fu vittima dell’ignoranza. L’ignoranza! Ecco l’arma onde Roma si valse per dominare; e al grido potente della ragione essa risponde coll’indice, negazione dell’umano intelletto… Per chiamare pane al pane, osiamo affermare che la più grande sventura che funesti oggi l’Italia sia quella di possedere nel suo seno il papato, pomo della discordia, e vaso di Pandora per questo nostro disgraziato paese”. Il Ricci chiuse la prima parte del suo intervento con un forte appello: “Dall’alto del Vaticano un cadente pontefice ha lanciato una sfida all’Italia: raccogliamo il guanto, e fra noi siano giudici l’avvenire e la storia. Istruiamoci ed istruiamo; rendiamo uomini quelli che Roma vuol bruti, e il trionfo non potrà certo fallirci”.
Arruolatosi nei garibaldini per la campagna romana del 1867, fece parte della colonna del Frigesy. A Monterotondo combatté valorosamente insieme ai suoi compagni, rendendosi protagonista della vittoria, come raccontò Quirico Filopanti (pseudonimo di Giuseppe Barilli) nel Resto del Carlino del 21 novembre 1891: “… Il generale Garibaldi mi disse: Filopanti, minate il castello. Mentre io mi stillavo il cerebro per superare la grave difficoltà della mancanza di polvere, il capitano Agapo Ridolfi, mio amico ed ora dimorante in Bologna, ebbe la felice ispirazione di dare ordine a Giuseppe Ricci (vastese), suo milite, di mettere il fuoco ad un carro di fieno in prossimità delle scuderie del castello. Quel principio d’incendio determinò il colonnello comandante la legione d’Antibo, ad esporre dalle finestre la bandiera bianca”.
In una lettera indirizzata alla madre, tre giorni prima della battaglia di Mentana, Giuseppe così le scrisse: “…Ho preso parte all’attacco di Monterotondo e un colpo di mitraglia à ucciso due ufficiali al mio fianco. Siamo rimasti due giorni senza mangiare; la sete poi la soffriamo spessissimo. Ora siamo a cinque miglia da Roma, e dalla terrazza ove sono scorgiamo gli avamposti nemici e la cupola di san Pietro, che giganteggia in mezzo ai superbi edifici romani. In questo momento giunge l’ordine di tornare a Monterotondo per riorganizzarci e rimpannucciarci. Scrivetemi li, e la lettera mi giungerà senza fallo”.
Il 3 novembre 1867, nella tragica battaglia di Mentana, il Ricci fu uno dei primi a cadere sotto i colpi dei francesi. E così svanì il suo forte desiderio, per il quale aveva combattuto, quello di vedere tutta l’Italia riunita.
Lino Spadaccini


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