lunedì 28 febbraio 2011

Verso il Carnevale (3): Zi' Nicola Giangrande e le sue numerose "Storie"


di Lino Spadaccini
Autentico animatore delle storie di carnevale per oltre sessant’anni, Nicola Giangrande viene ancora oggi ricordato come uomo semplice e umile, amato e benvoluto da tutti. Le sue “Štorie” erano molto attese dalla popolazione e con la grande passione con cui le cantava, riusciva a calamitare l’attenzione delle piazze. “Nicola Giangrande, cantastorie”, ricorda il compianto Ezio Pepe (Zi’ Colucce), “riusciva a verseggiare, anche se aveva fatto la prima elementare, con una semplicità pura e genuina, e non si stancava mai nel pronunciare la prossima edizione”.
Negli ultimi anni Nicola Giangrande ha portato in giro “La Štorie” accompagnato dal Gruppo SAVAS (acronimo di “Società Autonoma Vagabondi A Spasso”), coordinato da Ezio Pepe.
Uno dei pochi testi stampati è quella scritta per il Carnevale del 1985 (testo riportato su un quadro esposto nel 1990 nella II Mostra Hobby dell’Anziano). Ecco alcune strofe, che ruotano intorno alle elezioni:
Tutti chilli che sonne candidete
imbàrine a scrive a l’analfabete
case pi case va lu galuppine
nghi penne, schede e lu stampine.

E fra nu mese sa da vutà
A legge e scrive s’ha da ‘mparà
Si ti l’impare a ffà trentune
Ti dinghe lu poste a lu cummune.

Lu lutime jurne di l’ilizzijune
Mi vulevene purtà sopr’a la lune
appene lette lu scrutine
S’è perse cuggine e galuppine.

Ariscote so jute tante cuntente
Ca cj truvave l’aumente
Jè state proprie na schifezze
Aumindate (solo) la minnezze.

S’arringrundasse lu galuppine
Je muccicasse lu cannarine
Ma li prossimi lizzjune
Li giure nin vote pi nisciune.

Ma la prossima votaziàune
S’ariprisende n’addra pirzàune
Ti offre lu poste a lu Cummune
Arischeffe la croce a lu trentune.

Ma queste ti ni pù scurdaje
Lu cane na vodda si li fa faje;
sonne tutte de na manire
scherte frusce e fì primire.
Accostabile a questo filone poetico è la “Storia del Gabbiano” scritta nel 1964 dal compianto prof. Mario Sacchetti. Decisamente poco conosciuti, questi versi in lingua, da cantare sull’aria di stornelli romani, rappresentano un esempio di “Štorie”, da cui si discosta per la scelta della lingua, con un fine forse più intellettuale, ma scritto con gusto, garbo, molta ironia e dal risultato sicuramente gradevole.
La Storia del Gabbiano non è altro che una metafora sull’arte del gabbare. Ecco un piccolo assaggio: “Per questa occulta sua virtù profonda / la specie dei gabbian si propagava: / sul patrio suol, dall’una all’altra sponda, / come un’epidemia poi dilagava: / gabba tu che gabbo io, / con impegno e con gran brio; tutti gabbiani: / birboni, indifferenti e puritani. / Se il medico non gabba, il suo cliente / Se non lo gabba pure l’avvocato, / a casa non riportano un bel niente, / e ognun di loro rimarrà gabbato; / gabbar deve l’ingegnere, / l’impiegato ed il banchiere, / il professore, / il magistrato e il burbero esattore. / Il commerciante, se non sa gabbare, / vuol dir che non conosce il suo mestiere, / e se non gabba, certo non sa fare / l’industrial, l’agricoltor, l’artiere: / gabba l’ultimo pivello, / gabba questo e gabba quello: / oh gabbamondo! / quale mestiere trovate più giocondo?

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