Già lo scorso anno avevamo dato ampio risalto alla frana del febbraio1956, uno degli avvenimenti più tristi che ha colpito ed ha profondamente segnato la nostra città. Dopo un anno torniamo sull’argomento cercando di analizzare altri aspetti per cercare di dare una informazione più ampia e dettagliata attraverso l’analisi e lo studio dei documenti dell’epoca.
Quando si parla della frana, la cosa che colpisce di più sono le immagini strazianti di una città ferita (vedi foto Archivio Ida Candeloro), ma è anche importante capire le cause che hanno provocato questa sciagura. Da più parti si sono elevate accuse alle autorità competenti e anche politiche, locali e nazionali, di aver sottovalutato un problema che ha origini lontane. I primi scoscendimenti si registrarono verso la fine del 1700, ed altre di modeste dimensioni, ma non per questo meno allarmanti, durante tutto l’800, fino ai primi anni del secolo successivo ed alle ultime avvisaglie del 1953. Per non parlare poi della rovinosa frana del 1816, che fece sprofondare a valle il costone dalla Loggia Amblingh fino a San Michele.
Nel 1905-1906 venne effettuato un primo rilevamento di tutta la zona da parte del prof. Sacco, ma solo nel 1955, pochi mesi prima della frana, il Genio Civile di Chieti elaborò un razionale piano di indagini costituito da una serie di rilevamenti geomorfologici sia nel sottosuolo di Vasto e nella parte più a est verso il mare.
L’indagine ha permesso di ricostruire tutta la formazione stratigrafica del suolo sottostante Vasto, ed in particolare ha permesso di costatare che la piattaforma di Vasto ha una potenza di circa 30 metri costituita da 12 metri da sabbie sciolte, 3 metri da sabbia e ghiaia ed altri quindi metri da sabbie dal contenuto argilloso. La formazione sabbiosa era interessata, per circa 10 metri al di sopra del contatto con le argille compatte, da una falda acquifera di notevole intensità, quantificabile in 5-6 litri al secondo.
A conclusione degli accertamenti fu indetto nel marzo del 1956, dal Provveditorato Regionale alle OO.PP. dell’Aquila, un sopralluogo di tecnici a Vasto, con la partecipazione del Ministro dei Lavori Pubblici Giuseppe Romita, l’on. Giuseppe Spataro, tecnici ed esperti del Genio Civile e rappresentanti dell’ANAS e delle Ferrovie dello Stato. Si concluse che la frana di Vasto era riferibile a due fenomeni distinti seppur interdipendenti, che interessano rispettivamente la zona a monte dei muri crollati e la zona a valle di questi fino al mare. “Il fenomeno generale poteva ascriversi fra quelli di tipo misto”, si legge nello studio redatto nel 1961 da Giuseppe Vecellio, “a comportamento solido plastico, avendosi sia distacchi e disquamazione da pareti in sabbia lievemente cementate con superfici di distacco di neoformazione (zona a monte), sia scorrimento per dislocazione plastica di masse caotiche sabbio-argillose lungo il contatto con le argille compatte (zone a valle). Infatti la frana di valle era alimentata dai prodotti degli scoscendimenti del retroterra ed era mantenuta più o meno attiva dalle precipitazioni meteoriche e dalle acque sotterranee provenienti da monte; entro certi limiti, perciò, tale dislocazione di valle, in concomitanza con le acque sotterranee, agevola le ulteriori disquamazioni di monte”.
Il mese di febbraio del 1956 viene ricordato come uno dei mesi più gelidi di tutto il XX secolo. “Bufere di neve di inaudita violenza”, come si legge nelle cronache dell’epoca, e temperature gelide ben al di sotto dello zero, hanno messo in ginocchio tutta l’Italia.
Le nevicate sono cominciate a scendere copiose nei primi giorni di febbraio, nelle aree interne ed anche sulla costa. Molti i comuni abruzzesi rimasti isolati: i giornali parlano di 89 comuni su un totale di 102. In molti paesi la coltre nevose ha superato i tre metri di altezza. Il 5 febbraio sono continuate le nevicate sia all’interno che sulla costa. A Chieti la neve ha raggiunto il metro di altezza. Dopo una breve pausa il giorno 6 una nuova ondata di maltempo si è abbattuta su tutto l’Abruzzo fino al giorno 8. Dopo una tregua di un giorno nel quale si è rivisto un pallido sole, si sono verificate ancora abbondanti nevicate, creando enormi disagi alla popolazione e ai tanti comuni rimasti completamente isolati. Solo intorno al 20 febbraio sono cessati i fenomeni nevosi e con l’innalzarsi delle temperature la neve ha cominciato rapidamente a sciogliersi. Le successive abbondanti piogge hanno contribuito a peggiorare ulteriormente la situazione, che ha portato alla frana di tutto il costone orientale.
Lino Spadaccini







Nessun commento:
Posta un commento