martedì 8 febbraio 2011

Quando Puccini ringraziò il magistrato Francesco Giacomucci per i suoi sonetti su Manon Lescaut

Nella straordinaria carriera del magistrato vastese Francesco Giacomucci (1872-1950), oltre all’intensa attività forense, non sono mancati momenti dedicati alla poesia.
Oltre alle due sillogie di versi Caro Infirma (1895) e Veli (1898), Francesco Giacomucci viene ricordato per aver pubblicato sulle pagine dell’Occhialetto, giornale d’arte e mondanità edito a Napoli, una serie di sonetti sull’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Ispirata al romanzo dell'abate Antoine Françoise Prévost “Storia del Cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut”, l'opera venne composta fra l'estate del 1889 e l'ottobre del 1892. Ad allungare i tempi fu soprattutto la laboriosa stesura del libretto, passato tra le mani di diversi letterati: iniziato dal compositore Ruggero Leoncavallo, che abbandonò presto il lavoro, il testo passò nelle mani di Marco Praga e Domenico Oliva, per poi essere completato da Luigi Illica.
Approdata a Napoli, nel prestigioso Teatro San Carlo, alla presenza dello stesso Puccini, che per l’occasione aveva apportato dei ritocchi al finale del Primo Atto, la prima della Manon venne eseguita domenica 21 gennaio, con un giorno di ritardo rispetto alla data fissata. Diretta dal maestro Vincenzo Lombardi, l’opera si avvalse della presenza di un cast di tutto rispetto formato da Eva Terzani (Manon), Fernando Valerio (Des Grieux), Arturo Pessina (Lescaut) e il basso Frigiotti (Geronte).
Il successo di pubblico e di critica fu straordinario: venti furono le repliche eseguite fino all’8 marzo successivo, richiamando ogni sera tantissima gente e strappando “applausi entusiastici”, come sottolineava il Corriere di Napoli in data 22 febbraio.
Proprio in una di queste repliche, partecipò anche il ventiduenne avvocato vastese, che rimase estasiato dalla bellezza dell’opera, con ottimi cantanti e musicisti, magistralmente messi in scena dal compositore toscano. La forte emozione provata e l’istinto del poeta lo portarono a trasportare in versi proprio quelle sensazioni provate durante l’esecuzione. Così tra l’8 ed il 10 febbraio, Francesco Giacomucci compose sei sonetti, uno per ogni momento dell’opera: il Preludio, il 1° e 2° Atto, l’Intermezzo, il 3° e 4° Atto.
Alcuni giorni dopo, i versi furono spediti direttamente a Giacomo Puccini accompagnati da una lunga lettera. “Illustre Maestro”, scrisse Francesco Giacomucci dalla sua abitazione napoletana di Via Castellino alla Stella, “Quando, tempo fa, volava alta la nuova gloria del maestro Mascagni, e nelle scuole, nei caffè, nei saloni, dorati o no, se ne ragionava, parlava, chiacchierava, rammento che giungevano deboli e vaghe le notizie della vostra Edgar a noi del Napoletano.
Fino d’allora io adolescentibus, ebbi per voi quella simpatia (non per corrispondenza di animi, chè per me è inadeguata) che vanamente il psicologo tenta di spiegare ma della quale un potente fattore dovette essere l’umiltà della vostra fortuna artistica, presso di noi.
Ora che questa, con forza uguale, sorvola nei pubblici italiani, e le note armoniose della vostra Manon han penetrato gli animi, naturalmente inchinevoli alla passione, di questo popolo; è parso a me che un pochino della gloria di voi l’abbia goduto anche io.
Ho ascoltato quelle note, come si ascolta il racconto dolce d’un soavissimo sogno, sognato altre volte e non mai dal pensiero fermato. Ho raccolto le visioni, che han lasciate nell’animo mio, in alcuni sonetti: questi, qualunque essi sieno, dono a voi. È meschinissimo dono, in confronto all’opera vostra, ma è pur l’unica dai giovanissimi anni consentitomi.
Vi saluto con la speranza di non avervi tediato”.
Grazie all’interessamento del poeta e drammaturgo napoletano Salvatore Di Giacomo i sonetti furono pubblicati sul giornale l’Occhialetto del 10 giugno dello stesso anno, ottenendo favorevoli consensi di critica.
Questi sonetti mi fruttarono una bella fotografia dal maestro”, ricorda il magistrato vastese, “il quale ebbe a mandarmela in  - omaggio riconoscente -, come dice la dedica ad inchiostro rosso: era questo un invito del destino affinché mi mettessi sulla via buona”. Ma è lo stesso Giacomucci a rammaricarsi di non aver coltivato l’amicizia con il grande musicista, al punto che “una sera del novembre 1897, ero nel Gambrinus di Napoli, e propriamente nella prima sala, ad un tavolo prossimo all’entrata principale, ed apparve inaspettato salutando con largo gesto, Giacomo, io non sentii neanche oscuramente il desiderio di andarmi a presentare a lui: forse mi distolse l’audizione di alcune deliziose poesie di Ariette e Scenette (uscite poi di lì a poco per le stampe) che il Di Giacomo ci stava recitando a bassa e commossa voce”.
Un’occasione persa, che non cancella comunque un piccolo sogno realizzato dal nostro concittadino.
Lino Spadaccini

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