Il 23 febbraio del 1737 veniva giustiziato a Roma, nella piazza di Ponte Sant’Angelo, il conte Enrico Trivelli.
La storia del nostro personaggio potrebbe essere il soggetto perfetto per la realizzazione di un film ambientato nella Roma papalina del Settecento, grazie anche alle numerose e dettagliate testimonianze tramandateci dagli storici del tempo, a dimostrazione di una vicenda che ha scosso non poco una città intera.
Nato a Napoli nel 1709, durante un breve soggiorno dei genitori vastesi Giuseppe Trivelli e Leonilla Leone, il giovane Enrico effettua i primi studi a Vasto. Tornato nella città partenopea prosegue gli studi sotto Matteo Eggizio, per lettere e filosofia, e Paolo Doria per la geometria.
Versato nelle lettere, al 1732 risale il suo battesimo con la poesia, con la pubblicazione di un componimento in onore del papa Clemente XII. Nello stesso anno pubblica anche un bizzarro opuscolo dal titolo Lettera Filologica dedicata a Francesco Carafa principe di Colobrano, dove, come spiega Luigi Benedetti nel suo “Tre Istoniesi a Roma”, “egli allude non senza orgoglio al proprio titolo comitale, e si serve di quisquiglie come pretesto per sciorinare la sua dottrina”. Ancora al 1732 risale un’ode in diciotto ottave recitata in Campidoglio, in occasione di un concorso di disegno. Il testo manoscritto, conservato presso l’Archivio Storico di Casa Rossetti, è stato per la prima volta pubblicato nel 1962 da Luigi Benedetti, nel volumetto sopra citato.
| IL TESTAMENTO |
All’età di 21 anni Enrico lascia Napoli e si trasferisce a Roma, come afferma lo storico Ghezzi, forse per “procacciarsi qualche Impiego”, o per scappare dalla giustizia dopo aver ucciso a Vasto “con un’archibugiata” un gentiluomo che corteggiava la sorella. Ma di tutto questo nelle cronache vastesi non si fa menzione, quindi più di un dubbio rimane.
Ma non di sola poesia vive l’uomo. Amante della bella vita e senza il becco di un quattrino, il povero Trivelli bussa da una porta all’altra in cerca di un prestito, ma arriva ad un punto che ormai nessuno più si fida di lui. Un giorno, un suo amico, il marchese fiorentino Alessandro Cartoli, nota la sua bella calligrafia e si raccomanda ai signori Martorella e Martino De Dominici, pubblici copisti a Campo Marzio, per dare un impiego al letterato vastese.
Nella primavera del 1736 muta la situazione politica. La Spagna ha bisogno di soldati e a Roma procede ad arruolamenti forzosi attraverso l’inganno e anche l’utilizzo di meretrici. Ma questo provoca lo scoppio di violenti tumulti e malumori tra la popolazione. Da qui cominciano a nascere sonetti, odi e canzoni contro la Spagna e contro la debolezza del Governo Pontificio. Per i copisti, tra cui anche il nostro Enrico Trivelli, questo è un periodo d’oro, ma finisce ben presto. Allora perché non continuare verso questa strada, visto che frutta molti denari? Così il giovane continua a scrivere versi prendendo di mira le varie autorità pontificie e forse il Papa stesso. Comincia una vera e propria caccia all’uomo per trovare l’autore delle pasquinate. Messo alle strette con l’inganno, il Trivelli viene arrestato e processato. La difesa è inutile e la condanna a morte inevitabile. La sentenza parla chiaro: “caput a collo amputetur”, il Trivelli morirà per decapitazione.
Seguiamo gli ultimi momenti del Trivelli attraverso il racconto del Ghezzi: “…compose ivi un sonetto sopra la Madonna ed un Ode sopra il Pontefice; poi domandò il Tè e Cioccolata, quelli gli furon date, di poi chiese il Vestito che haveva riposto dentro un canterano, quale una sola volta haveva portato in dosso, et era di panno d’Olanda negro, volse anche un paro di scarpe nuove con fibbie d’argento, e manichetti bianchi con sua scamisciata, arrivato al Patibolo, entrò nella Conforteria, dove siede per una mezz’ora, poi al primo gradino del Palco siede ivi genuflesso per qualche tempo, poi intrepidamente salì sopra e si accomodò da sé medesimo sopra il Ciocco…”.
La lama del boia scende inesorabilmente sul collo del condannato. La testa mozzata viene mostrata come un trofeo alla numerosa folla che si è radunata in piazza, ma dopo un’ora si provvede a toglierla (il corpo troverà sepoltura nella chiesa di San Giovanni Decollato) per lasciare spazio al carnevale.
Lino Spadaccini

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