di Lino Spadaccini
Il 24 novembre 1926, all’età di 64 anni, colto da improvvisa malattia, moriva Giuseppe Marcone, apprezzato avvocato, giornalista, poeta e drammaturgo.
Laureatosi in legge all’Università di Roma, iniziò proprio nella capitale la professione di avvocato, ma dopo appena un anno, per motivi di famiglia, fu costretto a tornare nella sua città natale, dove continuò ad esercitare la sua professione.
Sensibile alle problematiche cittadine, Giuseppe Marcone, prese parte attiva alla vita pubblica cittadina, ricoprendo varie cariche quali consigliere e assessore comunale, Presidente della Biblioteca Popolare Circolante, Presidente della Commissione Mandamentale di Ricchezza Mobile, Giudice Conciliatore, ed infine, nell’aprile del 1925, un anno prima della sua morte, R. Ispettore onorario dei monumenti e scavi del Circondario del Vasto.
Apprezzato giornalista, il Marcone fu corrispondente della Tribuna dove pubblicò i “Medaglioni”, nei quali ritrasse le figure e le personalità più spiccate dell’Abruzzo.
Grazie alla non comune dote dell’arte oratoria, scrisse e proclamò molte commemorazioni per i concittadini più illustri e partecipò a varie conferenze.
Nel 1896, per i tipi della Soc. Editrice Anelli & Manzitti di Vasto, pubblicò un volumetto di versi, dal titolo Versi, accolto favorevolmente dalla critica.
Scrisse e pubblicò diversi lavori teatrali: Pares cum paribus, rappresentata per la prima volta il 13 luglio 1894 al Teatro Balbo di Torino dalla compagnia Boetti-Bertini, Gli infermi, scena drammatica in un atto, Il morto, commedia in tre atti e La Logica di Mimma, commedia in quattro atti rappresentata per la prima volta al Teatro Nazionale di Roma dalla compagnia di Giovanni Emanuel. Quest’ultima commedia ottenne un ottimo successo di pubblico e critica e per diversi anni fu replicato dalle principali compagnie italiane.
Scrisse e pubblicò anche dei monologhi, tra i quali Le tasche dell’uomo e Vocazione, dedicato alla Signora Dora Lambertini e recitato nel Teatro Comunale Rossetti di Vasto la sera del 24 febbraio 1894.
Ecco come lo ricorda l’amico Francesco Del Greco, in un articolo apparso sul Vastese d’Oltre Oceano del dicembre 1927: “Tale fu il Marcone, figura di uomo equilibrato, pieno di buon senso e di misura. Non visse, né dipinse effetti eccessivi, sia nel male, sia nel bene; né ebbe slanci creativi o distruttivi; ma si tenne nel “mezzo”. Evitò le torbide folle e le ambizioni che cacciavano l’un uomo contro l’altro, mantenne il suo posto nella vita, ragionevole, calmo e recante in sé quel tesoro di virtù ereditarie, che una lunga tradizione aveva elaborate nelle anime delle medie classi sociali d’Abruzzo. Egli ne fu l’esponente, la caratteristica espressione”.
Chiudo con una sua composizione scherzosa dal titolo Elezioni:
A un certo tizio, bestia e cavaliere,
venne l’estro di fare il deputato,
perché – diceva lui – si sentia nato
a sopportar la croce del potere.
E mise in moto il sindaco, il curato,
il medico, il fattore e il parrucchiere,
che, affermando un mostro di sapere,
preparasse la strada al candidato.
Diceva il manifesto agli elettori:
Questa splendida gloria paesana
Farà prodigi in Parlamento e fuori.
E fè un prodigio!... Eretici e devoti,
rossi e conservatori, in lega strana,
furon d’accordo… a ricusargli i voti.

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