sabato 1 maggio 2010

Un intervento di Giuseppe F..Pollutri

Fare politica (e farla davvero)

“Fare politica” (fare cosa, fatta da chi)?
Tutto sta nel significato del verbo “fare”. Un termine che tutti pressochè istintivamente quanto genericamente usiamo nei nostri discorsi, ma che proprio i politici, quelli eletti allo scopo, quasi mai adoperano e praticano. Per essi “fare politica” vuol dire “darsi alla politica” o, peggio, essere o ‘presentarsi’ come “il o un politico”. Come possiamo capire, questo attiene più al soggetto che vuol dedicare parte della propria vita alla ‘res-pubblica’, che alla gestione vera e propria di detta Cosa.
Ma, chiediamoci: che è questa Res? Semplice: è il paese o la città, e, via-via, la provincia, la regione, la Nazione, come dire la Società, più o meno estesa come pluralità di persone, più o meno ampia come territorio d‘insediamento, dunque, una qual-Cosa che va organizzata, amministrata, tutelata, sviluppata. Si capisce allora che “fare” politica è una funzione di servizio (il dedicarsi alla “polis”) e non il “ri-vestirsi” con una funzione, o peggio con un titolo, nè con una ...fascia da sindaco. E neppure di una “missione”!
“Fare” politica non è essere o diventare (con un certo numero di voti ricevuti) un qualcuno - Consigliere, Assessore, magari Sindaco o Presidente/Governatore - ma adoperarsi con le proprie capacità e attitudini (...ove ve ne siano) per dare alla società e al territorio amministrato: regole, ordine, mamutenzione, prospettive di sviluppo.
“Fare” politica deve essere intesa come una sorta di missione: un dedicarsi agli altri, alla vita della città e dei suoi abitanti, giorno per giorno, strada per strada, palazzo per palazzo, contrada per contrada, evento dopo evento, da “umile servitore dello Stato” (come nel tempo antico si diceva) e non perchè si vuole “fare storia” civica, non perchè si desidera inscenare per la gente un “laboratorio politico”, messo su nella propria mente o in una ristretta conventicola di acculturati.
“Fare politica” non è “fare cultura” intesa come esercizio di letteratura, o di filosofia, o, persino, presentazione teatrale (talvolta demagogica) della politica; degne cose ma diverse, se si vuole collaterali, eppur sempre “altre” attività dell’intelletto e della persona. La politica la può fare, anche bene, per quel e in quanto serve – come democrazia vuole (pur con i limiti che la nostra Costituzione, art. 1 secondo comma, pone al “governo del popolo”) – anche ...un maniscalco, un bifolco, un bancarellaro, un edile, un fabbro ferraio..., un non-letterato insomma. Perchè Cultura non è Letteratura, ma un sistema di valori umani e di idee, personali e sociali, cui attenersi nel “fare”, per se stessi o – se eletti – per gli altri. Una cultura “per farla, la politica”, non per raccontarla. Mio padre, quando gli veniva prospettato qualcosa di poco convincente o pretestuoso, come mi pare di sentire oggi nel Uasto nostro, diceva: “Questa storia vai a raccontarla a qualcun altro..., Vai!” aggiungendo un “adesso, io ho da fare”. Nella vita si è occupato d’altro, ma avrebbe potuto benissimo ...fare politica.
Giuseppe F. Pollutri

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