
Le immagini delle frane di Maierato, nel vibonese, e nel messinese, trasmesse in questi giorni dai telegiornali, ci riportano inevitabilmente alla memoria quelle della frana del 22 febbraio del 1956, che molti ancora oggi ricordano proprio perché hanno vissuto quei difficili momenti in prima persona.
Ma negli annali vastesi, dove le sciagure di certo non sono mancate, si rileva un altro movimento franoso, avvenuto nel 1816, altrettanto distruttivo di quello del 1956, che ha cancellato una buona fetta della nostra città.
Il canonico Florindo Muzii nel suo prezioso Diario, in data lunedì 1° aprile annotava: “Oggi la nostra città del Vasto à cominciato a soffrire de’ guasti irreparabili da un movimento generale de’ terreni situati verso
La notizia della frana raggiunse eco a livello nazionale, tanto che sulla Gazzetta di Firenze di giovedì 18 aprile il cronista scriveva: “Sentiamo da Vasto città dell’Abruzzo nella provincia di Chieti, che il dì 1. del corrente fu per quegl’infelici abitanti un giorno di sciagura, e di spavento… quando il dì suddetto dalla Porta Palazzo fino ad un mezzo miglio di distanza, il terreno improvvisamente avvallò scoscendendosi in varii punti ed avvolgendo il tutto in una vasta rovina. Quei già si ameni contorni sparsi di ville, e di deliziosi giardini, quei campi già rivestiti e verdeggianti di belle olivete altro più non presentano che il doloroso, e terribile spettacolo di rottami, di muraglie squarciate, e pendenti sui precipizii, di voragini, di macigni, e d’informi mucchi di scommossa terra. Gli olivi che si sono perduti ascendolo al numero di 14. mila piante… Il palazzo del Principe presso alla suddetta porta è caduto per metà, i magazzini alla marina sono distrutti…”.
Ma è con
Percepito la gravità della situazione, appena si formarono le prime crepe, il Barone Durini ordinò l’evacuazione delle case nella parte orientale e nella zona di Santa Maria. E così “gradatamente tutta la terra, che si estende dalle mura della città verso la parte di Santa Maria al Sud fino alla porta di S. Michele cominciò a cambiar sito, ed a distaccarsi dal rialto superiore. La superficie del suolo scendeva in modo che sembravano portarsi verso il mare gli uliveti, i vigneti, ed i fabbricati”.
Il movimento franoso proseguì per i successivi due giorni e inevitabilmente crollarono fabbricati, poderi, il magazzino del sale, un tratto della strada principale ed alcune strade secondarie ad essa collegata, le peschiere, le fontane rurale, i vigneti,
In seguito alla sciagura non ci furono vittime, ma per diversi giorni il rione Santa Maria rimase abbandonato finché non si ebbe la certezza del cessato pericolo.
“Quale forza si opporrà per impedire, che i fabbricati superiori rimasti allo scoperto, e privi di appoggio, e di base non crollino ne’ sottoposti voti?”, si chiedeva Erasmo Colapietro, e ancora “Quale potenza frenerà il corso delle terre, che sciolte da nuove acque e dalle nevi non scorrano con tutta la vilenza di un moto accelerato pel declivio, e pe’ precipizii tagliati a perpendicolo? Quale resistenza impedirà che le due Chiese rurali di San Michele, e di San Lionardo non crollino? Quali mezzi si metteranno in opera affinché non scoscendano il grande acquedotto della pubblica fontana, e le imminenti fabbriche…?”. Questi interrogativi sono validi ancora oggi, perché il pericolo non è cessato. Da alcuni anni l’allarme è di nuovo alto: ci sono stati alcuni interventi di consolidamento sotto via Tre Segni, per tutto il costone orientale e fino oltre la chiesa di S. Michele, e ancora altri lavori dovranno essere effettuati per una maggiore sicurezza. Eppure viene da chiedersi come sia possibile, dopo tutto quello che è successo, che ancora oggi si permetta di costruire palazzi e ville sui precipizi?
Lino Spadaccini
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