di Lino Spadaccini
Il 12 gennaio di 150 anni fa moriva il poeta epigrammista Michele Genova.
Per altri personaggi più illustri questa data sarebbe stata sicuramente festeggiata in un modo più degno, non per il nostro Michele Genova o per altri personaggi minori che sono stati praticamente dimenticati e vengono solo saltuariamente citati o ricordati.
Michele Genova è nato a Vasto il 13 settembre del 1806 da Pasquale e Mariangiola Ricci.
Di spirito arguto e bizzarro, sin da giovane si rivelò un valente epigrammista, commentando in maniera pungente e con pochi versi i principali avvenimenti della nostra città.
Raffaele de Cesare verso la fine dell’Ottocento così definiva l’epigramma “E’ uno sfogo della naturale arguzia, e un po’ anche di malignità, non essendovi altro modo di colpire, o di flagellare un vizio, che la forma epigrammatica, ispirata molte volte da odio personale e più sovente dal desiderio di far ridere alle spalle degl’imbecilli e dei vanitosi”.
In merito ad un ritratto di Antonio Rossetti eseguito da Filippo Palizzi, Michele Genova disse: Questi è Rossetti, esclama ognun rapito; / Tal delle tinte è il sovrumano accordo, / Tutto il pittor gli diè, fuorché l’udito, / Per non opporsi a Dio, che lo fè sordo. In un’altra occasione, dopo una ordinanza del Sottintendente Nicoletti per il Giovedì Santo del
Purtroppo di tutta la sua raccolta di epigrammi rimane ben poco, in quanto negli ultimi anni di vita, le facoltà mentali ormai l’abbandonarono, e un giorno diede fuoco alla ricca biblioteca di famiglia distruggendo quasi tutto, compreso la sua preziosa raccolta di epigrammi.
Di tutta la sua produzione rimangono alcuni epigrammi pubblicati dal giornale napoletano “Il Globo” e alcune poesie inserite in alcune raccolte di poesie. Mentre presso
Chiudo con una bel sonetto dedicato alla sua città natale, inserito nella “Raccolta di prose e rime scritte per le solenni esequie del dottor Francesco Romani” (Napoli, 1855):
A Vasto
D’illustri figli a te fu sacro il canto,
E l’Europa fe’ plauso a quei concenti.
Altri narrò tuoi pregi e’l prisco vanto,
E tua fama volò da’ quattro venti.
Altri mostrâr di tua beltà l’incanto,
In vive tele, alle straniere genti,
E fu l’immago tua gradita tanto
Che dell’arte rifulse infra i portenti.
Ciascuno un lauro aggiunse alle tue chiome!...
Ma che ti vale esser Frentana Atene
Se de’ figli non serbi altro che il nome?
Sol l’Anemanno tuo ti largì tutto:
Chè in fecondar le tue contrade amene
In un col lauro ei volle darti il frutto.
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