di FP (Cicco) Spadaccini
La notte era di quelle umide e fredde, che ti penetrava nelle ossa irrigidendo i muscoli. Era partito dalle Croci, attraversato una città deserta, scossa da un vento freddo di maestrale. Il selciato di via Barbarotta amplificava sinistramente i suoi passi per quanto cercava di attutirli. Via Osidia gli apparve ancora più buia e triste. A parte qualche lontano rombo di motori dal lontano Belvedere, attorno c’era un cupo silenzio. Lavi camminava rasente i muri e saltellava tra una zona d’ombra e l’altra, timoroso di venir scoperto da una pattuglia in ispezione. Il sangue gli pulsava nelle tempie e il respiro si faceva sempre più affannoso mentre continuava a chiedersi perché si trovasse lì, a correre quei rischi con quel freddo pungente mentre poteva rimanersene a casa e sprofondarsi nella sua vecchia e calda poltrona. Il messaggio di Doncick era stato però perentorio: trovati ore 01:30, solito posto, cominciamo la prima, sii prudente e non lasciare messaggi da cui possano scoprire il nostro nascondiglio.
Troppi segnali nei giorni precedenti facevano pensare che davano la caccia al loro gruppo e ormai potevano incontrarsi e fare certe cose solo nella clandestinità.
Un rumore di passi cadenzati proveniente da corso Palizzi lo inchiodò nell’ombra di un vecchio portone di vicolo Tacito. Si fece piccolo piccolo rannicchiandosi nell’angolo più buio. I passi si fecero più vicini e cominciarono a sentirsi le voci; risate e frasi smozzicate, frastuono di oggetti metallici e colpi su portoni e auto parcheggiate. Trattenne il respiro mentre loschi individui gli passavano a meno di qualche metro; erano una mezza dozzina, avvolti in mantelli scuri e cappellacci in testa. Si agitavano come enormi pipistrelli notturni tra risa sguaiate.
Lavi era cosciente del rischio che correva se fosse stato scoperto; era stato coraggioso in gioventù e combattivo anche, ma i tempi erano cambiati e lui non aveva più vent’anni; per nulla al mondo avrebbe voluto sperimentare l’interrogatorio di quegli uomini, temeva che alla fine avrebbe rivelato il nascondiglio dei suoi compagni. Non si mosse finchè le voci dileguarono completamente scendendo lungo via del Lago fino al muro delle Lame. Riprese il passo con maggiore circospezione, calcandosi ancora di più il basco sulla testa e si segnò con la croce scorgendo di lontano la Crocetta appena rischiarata da un tremulo lumino. Percorse guardingo porta Nuova e girò verso via Anelli. Finalmente arrivò a destinazione, il palazzo Rulli. Piccoli colpi sulla porta della chiesa; colpetti cadenzati secondo un codice stabilito. Attese qualche secondo, poi il rumore di un catenaccio tirato. L’antica porta si socchiude appena senza che alcuna luce trapelasse dall’interno. Qualcuno gli strinse il braccio e lo tirò all’interno, mentre la porta veniva rinchiusa lentamente con appena un flebile stridio dei cardini. Ti ha seguito nessuno? Era la voce di Doncick. La riconobbe subito anche se non lo vedeva ancora, nel buio quasi totale della vecchia chiesa. No, sono sicuro di no. Anche se poco fa’ stavano per scoprirmi. Ora stai tranquillo, seguimi, ci sono anche gli altri; con te siamo al completo, c’è pure Ricucc da Perth, Cadden da LongBeach e zi’ Peppe da Bonessaire.Si spostarono nella penombra e scesero in una stanza come una specie di cripta, al piano interrato. C’era odore di cera e incenso vecchio. Una porta si chiuse alle loro spalle e finalmente si accese un fioco lumino ad olio. C’erano tutti, si salutarono bisbigliando e toccandosi le mani fredde, felici come bambini. Poi Doncick li fece mettere in semicerchio secondo un ordine ben preciso in base alle loro caratteristiche fisiche. Si accesero altri due o tre lumi, e Lavi notò che non c’erano finestre ma solo una feritoia ben oscurata da un pesante tendaggio. Si passarono di mano dei fogli ingialliti e spiegazzati; li aprirono con delicatezza e sopra c’era scritto quello che dovevano fare. Sarebbe bastato che uno di quei fogli finisse nelle mani sbagliate e sarebbero stati accusati di nostalgie conservatrici e di mancanza di riguardo verso gli altri cittadini. Doncik spiegò che quella era la prima prova e che altre sarebbero seguite se il cielo li avesse protetti fino alla fine. Ma bisognava essere molto prudenti. Doncick diede l’ordine di “adagio piano”, soffiò in una specie di fischietto a nota fissa, poi alzò il braccio destro e fece tre archi veloci nell’aria e al quarto segno, .... tutti assieme….....Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo che vieni in una grotta al freddo e al gelo……..ooh Bambino mio divino….
Troppi segnali nei giorni precedenti facevano pensare che davano la caccia al loro gruppo e ormai potevano incontrarsi e fare certe cose solo nella clandestinità.
Un rumore di passi cadenzati proveniente da corso Palizzi lo inchiodò nell’ombra di un vecchio portone di vicolo Tacito. Si fece piccolo piccolo rannicchiandosi nell’angolo più buio. I passi si fecero più vicini e cominciarono a sentirsi le voci; risate e frasi smozzicate, frastuono di oggetti metallici e colpi su portoni e auto parcheggiate. Trattenne il respiro mentre loschi individui gli passavano a meno di qualche metro; erano una mezza dozzina, avvolti in mantelli scuri e cappellacci in testa. Si agitavano come enormi pipistrelli notturni tra risa sguaiate.
Lavi era cosciente del rischio che correva se fosse stato scoperto; era stato coraggioso in gioventù e combattivo anche, ma i tempi erano cambiati e lui non aveva più vent’anni; per nulla al mondo avrebbe voluto sperimentare l’interrogatorio di quegli uomini, temeva che alla fine avrebbe rivelato il nascondiglio dei suoi compagni. Non si mosse finchè le voci dileguarono completamente scendendo lungo via del Lago fino al muro delle Lame. Riprese il passo con maggiore circospezione, calcandosi ancora di più il basco sulla testa e si segnò con la croce scorgendo di lontano la Crocetta appena rischiarata da un tremulo lumino. Percorse guardingo porta Nuova e girò verso via Anelli. Finalmente arrivò a destinazione, il palazzo Rulli. Piccoli colpi sulla porta della chiesa; colpetti cadenzati secondo un codice stabilito. Attese qualche secondo, poi il rumore di un catenaccio tirato. L’antica porta si socchiude appena senza che alcuna luce trapelasse dall’interno. Qualcuno gli strinse il braccio e lo tirò all’interno, mentre la porta veniva rinchiusa lentamente con appena un flebile stridio dei cardini. Ti ha seguito nessuno? Era la voce di Doncick. La riconobbe subito anche se non lo vedeva ancora, nel buio quasi totale della vecchia chiesa. No, sono sicuro di no. Anche se poco fa’ stavano per scoprirmi. Ora stai tranquillo, seguimi, ci sono anche gli altri; con te siamo al completo, c’è pure Ricucc da Perth, Cadden da LongBeach e zi’ Peppe da Bonessaire.Si spostarono nella penombra e scesero in una stanza come una specie di cripta, al piano interrato. C’era odore di cera e incenso vecchio. Una porta si chiuse alle loro spalle e finalmente si accese un fioco lumino ad olio. C’erano tutti, si salutarono bisbigliando e toccandosi le mani fredde, felici come bambini. Poi Doncick li fece mettere in semicerchio secondo un ordine ben preciso in base alle loro caratteristiche fisiche. Si accesero altri due o tre lumi, e Lavi notò che non c’erano finestre ma solo una feritoia ben oscurata da un pesante tendaggio. Si passarono di mano dei fogli ingialliti e spiegazzati; li aprirono con delicatezza e sopra c’era scritto quello che dovevano fare. Sarebbe bastato che uno di quei fogli finisse nelle mani sbagliate e sarebbero stati accusati di nostalgie conservatrici e di mancanza di riguardo verso gli altri cittadini. Doncik spiegò che quella era la prima prova e che altre sarebbero seguite se il cielo li avesse protetti fino alla fine. Ma bisognava essere molto prudenti. Doncick diede l’ordine di “adagio piano”, soffiò in una specie di fischietto a nota fissa, poi alzò il braccio destro e fece tre archi veloci nell’aria e al quarto segno, .... tutti assieme….....Tu scendi dalle stelle o Re del Cielo che vieni in una grotta al freddo e al gelo……..ooh Bambino mio divino….
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