
DI LINO SPADACCINI
Il cipresso è un albero di enormi dimensioni, con la chioma generalmente affusolata. Da sempre viene associato ai cimiteri, secondo alcuni per motivi estetici, secondo altri perché questo albero è uno dei pochi che sviluppano le radici verso il basso, quindi, col tempo non creano problemi alle tombe o alle strutture vicine.
Il cipresso ha ispirato molti poeti. Senza scomodare i “cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da san Guido in duplice filar”, di carducciana memoria, oppure il “cipresso che nella notte nera scagliasi al vento, piange alla bufera”, del Pascoli, voglio presentarvi una poesia decisamente meno conosciuta, ma non meno intensa delle due citate.
La poesia dal titolo “Cipressi” è del vastese Giuseppe Marchesani, ed è tratta da “Lyra hebes”, pubblicata nel 1907 dalla Tipografia Zaccagnini.
Il cipresso ha ispirato molti poeti. Senza scomodare i “cipressi che a Bolgheri alti e schietti van da san Guido in duplice filar”, di carducciana memoria, oppure il “cipresso che nella notte nera scagliasi al vento, piange alla bufera”, del Pascoli, voglio presentarvi una poesia decisamente meno conosciuta, ma non meno intensa delle due citate.
La poesia dal titolo “Cipressi” è del vastese Giuseppe Marchesani, ed è tratta da “Lyra hebes”, pubblicata nel 1907 dalla Tipografia Zaccagnini.
CIPRESSI
Cipressi, voi quali giganti immobili
nel regno del silenzio vi levate:
scolte solenni delle tombe, impavidi
il sole il nembo e i secoli sfidate.
Quando, la notte, accende su pe’ tumuli
vaghe fiammelle l’afa della state,
i’ vi contemplo, e resto immoto, estatico,
ché parmi allora al ciel l’ali drizziate.
Da lungi, quasi, in voi tante piramidi
di Menfi vedo: il rege della Sorte
seppellite, Mistero imperscrutabile.
Per le vie dell’Ignoto eguali scorte
al vile ed all’onesto, al vecchio e al pargolo:
io vi saluto, o numi della Morte!
GIUSEPPE MARCHESANI
nel regno del silenzio vi levate:
scolte solenni delle tombe, impavidi
il sole il nembo e i secoli sfidate.
Quando, la notte, accende su pe’ tumuli
vaghe fiammelle l’afa della state,
i’ vi contemplo, e resto immoto, estatico,
ché parmi allora al ciel l’ali drizziate.
Da lungi, quasi, in voi tante piramidi
di Menfi vedo: il rege della Sorte
seppellite, Mistero imperscrutabile.
Per le vie dell’Ignoto eguali scorte
al vile ed all’onesto, al vecchio e al pargolo:
io vi saluto, o numi della Morte!
GIUSEPPE MARCHESANI
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