
I muratori di Vasto: lavoro duro, ma ambiente sano, denso di ironia
Dovete sapere che Vasto vanta un buona tradizione di maestri muratori. Alcuni di loro sono emigrati in Australia e America dove si sono fatti onore e posso assicurarvi che qualcuno ha lavorato anche all’Empire State Building di NY.
Dovete sapere che Vasto vanta un buona tradizione di maestri muratori. Alcuni di loro sono emigrati in Australia e America dove si sono fatti onore e posso assicurarvi che qualcuno ha lavorato anche all’Empire State Building di NY.
Oggi ci sono le imprese edili amministrate come piccole aziende, ma una volta c’erano delle semplici squadre che si formavano attorno al Capo Mastro.
Il capo era molto rispettato e anche temuto, e nella squadra c’era disciplina, puntualità e anche sano buon’umore.
Ho belle immagini nella mente quando davanti a S.Giuseppe, in estate, il primo pomeriggio, si raggruppavano una o due squadre aspettando “lu muastre” che finiva di pranzare lì nelle stradine vicine.Tra le "ciurme" si scherzava e ci si prendeva in giro; poi sbucava lu muastre, con la giacca sulla spalla sinistra e lo stecchino ancora fra i denti. Si fermava un attimo in mezzo a loro, giusto il tempo di accendere una sigaretta, poi senza dire nulla si avviava verso il cantiere; e tutta la squadra dietro di lui. I cantieri erano nella periferia, di allora; oggi quelle zone sono parte della città a tutti gli effetti.
La zona cimitero, S.Michele, via M. dell’Asilo, via Ciccarone, e cosi via.
Il lavoro era duro e metteva a dura prova la salute degli operatori.
Tutto il materiale veniva movimentato a mano; per portare mattoni e calce ai piani superiori, c’era “lu muanganelle”: un palo che sporgeva dal muro con una carrucola e una corda da tirare a braccia.
C’erano i manovali, addetti agli incarichi generici, le mezze-cucchiare, le cucchiare, lu cajjiaiolo.
Quelli che alzavano i muri e lavoravano con filo a piombo e livella, erano le mezze cucchiare e le cucchiare; praticamente quelli bravi. Lu cajjiaiolo era quello che preparava le varie misture di sabbia calce e cemento, a seconda del tipo di lavoro da fare.
All’inizio di un nuovo cantiere, bisognava creare delle zone logistiche di supporto; le aree dove scaricare sabbia, brecciolino, ciotoli..., mattoni, tavelloni, tegole..., sacchi di cemento...
La curiosità che pochi ricorderanno è la fossa della calce.
Una volta non c’erano i “già pronti” di adesso e quindi occorreva preparare ogni cosa.
Veniva scavata una profonda fossa, generalmente quadrata, di una cubatura che veniva calcolata dall’esperienza del capo mastro in base al volume della costruzione da realizzare.
Fatta la fossa si caricava a strati con pietre di calce viva. Lo so, molti di voi non l’hanno mai sentita.
Si tratta di pietre porose ottenute dal calcare, una roccia ricca di carbonato di calcio.
Queste pietre venivano stratificate nella fossa e mano a mano veniva aggiunta acqua che provocava una violenta reazione chimica con produzione di calore.
Insomma quella fossa di lì a poco diventava un bollitore di latte gigantesco e caldissimo.
Occorreva qualche giorno perchè l’impasto si raffreddasse e il tutto diventasse un enorme panetto di burro; anzi quando il bagno usciva buono, si usava dire che si tagliava come il prosciutto.
Per evitare la pioggia o la contaminazione si copriva la fossa con sabbia e assi di legno.
Purtroppo capitavano anche incidenti, specialmente schizzi negli occhi dei poveri manovali.
Il cajjiaiolo era praticamente un cuoco che doveva scegliere ingredienti e dosi a seconda del lavoro; quagliare, intonacare, pavimentare, ecc.
Vicino alla fossa si creava un piccolo spiazzo dove avveniva l’impasto, come sulla spianatoia per la pasta in casa. Sabbia al posto della farina, cemento al posto delle uova e calce al posto del burro.
I manovali impastavano rimescolando prima a secco e poi aggiungendo gradualmente l’acqua fino alla consistenza che stabiliva il cajjiaiolo. La calce però non sempre veniva bene dalla fossa, cioè ci capitavano dei grossi grumi, come nel purè di patate. Allora occorreva spianare i grumi e amalgamare bene la mescola con il frattazzo, una lunga asta con un cucchiaio rovesciato piatto in fondo. Quando si intonacava, l’impasto veniva fatto passare attraverso una rete, come quella che si usava sotto il materasso, per renderla più uniforme e priva di grumi.
Dicevo che il lavoro era duro, con freddo d’inverno e caldo d’estate; eppure i nostri “fravicatori” venivano su bene, forti e allegri. Bastava fermarsi sotto un cantiere per sentirne di tutti i colori.
Capitava spesso che in una squadra ci fosse il sempliciotto, quello che diventava oggetto di ogni burla, specialmente se di mezzo c’erano le donne.
C’era un caso dove questo semplicione, addetto a rimestare la calce col frattazzo e che chiameremo Micchè, aveva una bella e prosperosa moglie che si chiamava Elena, molto più giovane, mentre lui era mingherlino e un po’ tartagliava. La coppia non aveva figli nonostante alcuni anni di matrimonio.
Prima di continuare fate mente locale a come si dicono in dialetto nostro Elenuccia e nocciòlo.
Ci siete...? Cosa succedeva allora? Immaginate la scena di un giovane e spavaldo manovale che scende con la “callarella” a spalla e si rivolge al cajjiaiolo:
“Micchè, a dìtte lu muastre ca’ddà squacciè dicchiù li-nùcce ... sinnà ci penz’i direttamende àsse affà l’ammasciète”.
Se vi devo tradurre la frase e il doppio senso …non siete di Vasto!FRANCESCOPAOLO (CICCO) SPADACCINI
Il capo era molto rispettato e anche temuto, e nella squadra c’era disciplina, puntualità e anche sano buon’umore.
Ho belle immagini nella mente quando davanti a S.Giuseppe, in estate, il primo pomeriggio, si raggruppavano una o due squadre aspettando “lu muastre” che finiva di pranzare lì nelle stradine vicine.Tra le "ciurme" si scherzava e ci si prendeva in giro; poi sbucava lu muastre, con la giacca sulla spalla sinistra e lo stecchino ancora fra i denti. Si fermava un attimo in mezzo a loro, giusto il tempo di accendere una sigaretta, poi senza dire nulla si avviava verso il cantiere; e tutta la squadra dietro di lui. I cantieri erano nella periferia, di allora; oggi quelle zone sono parte della città a tutti gli effetti.
La zona cimitero, S.Michele, via M. dell’Asilo, via Ciccarone, e cosi via.
Il lavoro era duro e metteva a dura prova la salute degli operatori.
Tutto il materiale veniva movimentato a mano; per portare mattoni e calce ai piani superiori, c’era “lu muanganelle”: un palo che sporgeva dal muro con una carrucola e una corda da tirare a braccia.
C’erano i manovali, addetti agli incarichi generici, le mezze-cucchiare, le cucchiare, lu cajjiaiolo.
Quelli che alzavano i muri e lavoravano con filo a piombo e livella, erano le mezze cucchiare e le cucchiare; praticamente quelli bravi. Lu cajjiaiolo era quello che preparava le varie misture di sabbia calce e cemento, a seconda del tipo di lavoro da fare.
All’inizio di un nuovo cantiere, bisognava creare delle zone logistiche di supporto; le aree dove scaricare sabbia, brecciolino, ciotoli..., mattoni, tavelloni, tegole..., sacchi di cemento...
La curiosità che pochi ricorderanno è la fossa della calce.
Una volta non c’erano i “già pronti” di adesso e quindi occorreva preparare ogni cosa.
Veniva scavata una profonda fossa, generalmente quadrata, di una cubatura che veniva calcolata dall’esperienza del capo mastro in base al volume della costruzione da realizzare.
Fatta la fossa si caricava a strati con pietre di calce viva. Lo so, molti di voi non l’hanno mai sentita.
Si tratta di pietre porose ottenute dal calcare, una roccia ricca di carbonato di calcio.
Queste pietre venivano stratificate nella fossa e mano a mano veniva aggiunta acqua che provocava una violenta reazione chimica con produzione di calore.
Insomma quella fossa di lì a poco diventava un bollitore di latte gigantesco e caldissimo.
Occorreva qualche giorno perchè l’impasto si raffreddasse e il tutto diventasse un enorme panetto di burro; anzi quando il bagno usciva buono, si usava dire che si tagliava come il prosciutto.
Per evitare la pioggia o la contaminazione si copriva la fossa con sabbia e assi di legno.
Purtroppo capitavano anche incidenti, specialmente schizzi negli occhi dei poveri manovali.
Il cajjiaiolo era praticamente un cuoco che doveva scegliere ingredienti e dosi a seconda del lavoro; quagliare, intonacare, pavimentare, ecc.
Vicino alla fossa si creava un piccolo spiazzo dove avveniva l’impasto, come sulla spianatoia per la pasta in casa. Sabbia al posto della farina, cemento al posto delle uova e calce al posto del burro.
I manovali impastavano rimescolando prima a secco e poi aggiungendo gradualmente l’acqua fino alla consistenza che stabiliva il cajjiaiolo. La calce però non sempre veniva bene dalla fossa, cioè ci capitavano dei grossi grumi, come nel purè di patate. Allora occorreva spianare i grumi e amalgamare bene la mescola con il frattazzo, una lunga asta con un cucchiaio rovesciato piatto in fondo. Quando si intonacava, l’impasto veniva fatto passare attraverso una rete, come quella che si usava sotto il materasso, per renderla più uniforme e priva di grumi.
Dicevo che il lavoro era duro, con freddo d’inverno e caldo d’estate; eppure i nostri “fravicatori” venivano su bene, forti e allegri. Bastava fermarsi sotto un cantiere per sentirne di tutti i colori.
Capitava spesso che in una squadra ci fosse il sempliciotto, quello che diventava oggetto di ogni burla, specialmente se di mezzo c’erano le donne.
C’era un caso dove questo semplicione, addetto a rimestare la calce col frattazzo e che chiameremo Micchè, aveva una bella e prosperosa moglie che si chiamava Elena, molto più giovane, mentre lui era mingherlino e un po’ tartagliava. La coppia non aveva figli nonostante alcuni anni di matrimonio.
Prima di continuare fate mente locale a come si dicono in dialetto nostro Elenuccia e nocciòlo.
Ci siete...? Cosa succedeva allora? Immaginate la scena di un giovane e spavaldo manovale che scende con la “callarella” a spalla e si rivolge al cajjiaiolo:
“Micchè, a dìtte lu muastre ca’ddà squacciè dicchiù li-nùcce ... sinnà ci penz’i direttamende àsse affà l’ammasciète”.
Se vi devo tradurre la frase e il doppio senso …non siete di Vasto!FRANCESCOPAOLO (CICCO) SPADACCINI
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