lunedì 27 aprile 2009

Vasto in periferia: ..."E' questo il modo?"




Di via in via

di Giuseppe F. Pollutri
La “periferia” nel nostro tempo è di per sé un “non luogo” urbano. Le nostre città, cittadine e paesi, nella loro fisiologica espansione vivono una sindrome da identità: “Il paese” è il Centro (ovviamente “storico”, come se la storia fosse ormai finita), e ‘fuori dalle mura’ ci sono solo case. Nell’apparente luminismo delle nostre Amministrazioni, da gran tempo sono stati formulati piani Regolatori, Pianificazioni del territorio, Progetti di sviluppo. Teoria, buona per pratiche assai spesso indecenti. Evidentemente non basta o non è del tutto chiaro - e spesso non confessato - il come e cosa si vuole. In certe accezioni urbanistiche la periferia è considerata di per sé “hinterland”: qualcosa che “sta” semplicemente (o malamente) attorno alla “città”. Vasto non fa eccezione, e anzi con il suo ultimo sviluppo (si dice “spropositato”, “sospetto”, quanto storicamente inevitabile) è in questo esemplare. Seppure non manchino assi di sviluppo, spazio e siti (…fossi o scarpate), andando nel particolareggiato della nuova città, si evidenzia un modo di edificare senza correlazione tra urbanisti e privati, tra edificio ed edificio, tra complessi e strade, insomma tra l’abitare e il vivere. La città prolifera: le case sorgono sparse o raggruppate a caso, come generate da spore da funghi, o per vizi pubblici e privati interessi, e non come un organismo unico e razionalmente caratterizzato. Si lascia edificare, preoccupati solo del rispetto (teorico) della cubatura, dove qualcuno aveva terra da vendere o da occupare, palazzo o unifamiliare che sia; edifici posati lì, come pezzetti colorati del Monopoli, senza una organizzazione conseguente e nuova. Ognuno recinta e costruisce al limite della proprietà già agricola, e le strade che dovrebbero conformarsi come urbane, per autoveicoli e persone, restano quelle interpoderali: strette e tortuose, polverose o fangose, sconnesse e con scarsa, quanto nessuna, illuminazione, nonostante i corrisposti oneri di urbanizzazione. Perché questo? Usque tandem - imprecava Cicerone - fino a quando si abuserà della fiducia e della tolleranza del cittadino? Porsi la domanda: «Ma le nostre città devono ancora crescere e svilupparsi?», può essere lecito, ed è in fondo ozioso. Piuttosto, stando … per strada e non alle conferenze di dotti e spesso ideologici urbanisti, viene da chiedersi: “E’ questo il modo?”

Nessun commento: