mercoledì 8 aprile 2009

LA SETTIMANA SANTA NELLA TRADIZIONE VASTESE



DA NICOLANGELO D’ADAMO RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO:

La Settimana Santa è iniziata con le drammatiche notizie che arrivano da L’Aquila, il capoluogo della nostra Regione. Scene di devastazione, morti, dispersi, distruzione di capolavori di inestimabile valore: ovvero tutti gli orrori che si porta dietro un evento sismico di quella portata. La Settimana Santa dicevo: per 250 abruzzesi non ci sarà e per i loro familiari ci sarà più venerdì santo che domenica di resurrezione..
La vita continua e pur nell’amarezza ed il dolore per la perdita di tante vite umane, anche di vastesi, ci accingiamo a vivere i riti della Settimana Santa che hanno avuto a Vasto un grande prologo con la solenne processione della Santa Spina. Un tempo, i più anziani lo ricorderanno, molti fedeli accompagnavano la sacra Reliquia a piedi scalzi e portando enormi ceri in segno di devozione che si prenotavano la mattina del giorno della processione versando un’offerta proporzionata alla grandezza del cero.

Dopo la Domenica delle Palme, festeggiata in tutte le parrocchie con la benedizione delle palme che in taluni casi erano ramoscelli d’ulivo anche grandi da poter poi interrare negli orti, il successivo momento solenne della “Settimana” si aveva il giovedì santo al termine della messa “in coena Domini”, con la ostensione della pisside con le ostie consacrate nel cosiddetto “Sepolcro”. Scattava da quel momento un silenzio assoluto delle campane, si diceva “vengono legate”, che durava fino alla notte del sabato santo.

Dopo questo rito iniziava la cosiddetta “Visita ai Sepolcri”. Ovvero tutti i fedeli, la sera del giovedì santo o la mattina successiva del venerdì, dovevano visitare almeno tre “sepolcri” in altrettante chiese che rimanevano aperte fino a notte fonda.

Il giorno di Venerdì Santo, a ricordo della morte di Gesù, nella città vi era un’atmosfera di diffusa mestizia, al punto che anche i cinema rimanevano chiusi, ed in ogni famiglia si rispettava il digiuno e l’astinenza dalla carne. Alle tre del pomeriggio molti fedeli si recavano alla chiesa di Santa Maria Maggiore nella speranza di poter vedere “fiorire” la Santa Spina, come voleva la tradizione, e tanti erano convinti di vedere una porporina bianca sulla Spina e ciò veniva interpretato come buon viatico per il futuro. Nel tardo pomeriggio del venerdì si celebravano i riti della Croce e si “toglieva Gesù dal sepolcro” e siccome le campane erano “legate”, in chiesa si usava uno strumento strano per sottolineare i momenti solenni del rito: un pezzo di legno con due ferri snodati che facevano rumore se agitati, era il cosiddetto “tricchetracche”. Molto sentita era la processione del Venerdì Santo che usciva dalla Chiesa di San Pietro. Sfilavano in un atmosfera di grande raccoglimento, alle solenni note della Schola Cantorum di Zaccardi, i simboli della Passione.
Il Sabato Santo era dedicato alla processione della Madonna Addolorata a cui partecipavano molte donne vestite di nero con il velo in testa. Nel pomeriggio ci si confessava e solo molto tardi, alle 22.30, iniziava la lunga veglia pasquale con i riti del fuoco, dell’acqua e della parola. Qualche minuto prima di mezzanotte veniva intonato dal celebrante il “Gloria” e i fedeli di Santa Maria Maggiore potevano ammirare estasiati il “Salvatore”, Gesù Risorto, che veniva alzato dietro l’altare maggiore da un complicato sistema di carrucole che dava l’impressione, appunto, di una resurrezione, una elevazione al cielo. Il tutto in mezzo ad un grande scampanio di campane “a distesa”: ovvero si “scioglievano le campane”!
I riti religiosi finivano con la messa solenne del sabato notte. Il giorno di Pasqua era festa grande in tutte le famiglie e nel menu non doveva mancare mai l’uovo lesso. Il detto popolare era “l’ov che non si scogne in pasqua non si scogne chiù”. Il significato metaforico è abbastanza evidente.
Nicolangelo D’Adamo

Nella foto in alto “Christus Imperat” una delle migliori opere di Valerico Laccetti (Vasto 1836 – Roma 1909) allievo del Palizzi. La tela si può ammirare presso la sala della prefettura a Chieti.

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