martedì 27 gennaio 2026

Campo di internamento di Istonio Marina: dagli Archivi un episodio inedito del 1943

A destra la torretta dell'ex Albergo Ricci
dove erano ospitati gli internati.
L'altra struttura era Villa Marchesani vicino alla chiesa : 

 Campo di Concentramento di Istonio Marina (1943): una Storia Inedita dagli Archivi 

 di Alessandro Cianci 

Quella che segue è la ricostruzione di un episodio rimasto nell’ombra per più di ottant’anni: una lite scoppiata il 2 febbraio 1943 all’interno del Campo di concentramento di Istonio Marina. Un gesto minimo, quasi banale — due fette di pane scomparse dalla mensa — che però, a distanza di decenni, riemerge con forza dalle carte giudiziarie e dalle testimonianze scritte, restituendo un frammento vivido della vita degli internati politici a Vasto Marina. 

È un tassello modesto ma necessario, utile ad illuminare una storia che la memoria collettiva ha progressivamente lasciato sbiadire. 

Il fascicolo, conservato presso l’Archivio del Tribunale di Vasto, riguarda un procedimento penale a carico di due detenuti: Giuseppe Cesnik e Massimiliano Trevisan, accusati di condotta scorretta, e il primo anche di furto. Alla radice dell’intera vicenda c’è una razione di pane sparita dalla mensa: “150 grammi di pane”, come precisa l’atto di citazione, “sottratti con abuso delle relazioni di coabitazione”. Un’accusa che, letta oggi, fa intuire il clima di tensione e precarietà che dominava nel Campo. 

Il luogo della storia 

Il Campo di concentramento — così denominato nei documenti ufficiali dell’epoca — occupava due edifici:villa Marchesani che oggi conosciamo come Villa Santoro, adiacente alla chiesa di Stella Maris e l’ex albergo dell’avvocato Oreste Ricci, entrambi nel Rione Marina. Tra il 1940 e il 1943 queste  strutture, insieme ospitarono un folto gruppo di prigionieri politici considerati “pericolosi” per il regime fascista. [1]

La scintilla 

Il 3 febbraio 1943 il direttore del Campo, Commissario di Polizia Giuseppe Prezioso, informò il Pretore di Istonio dell’accaduto: 

 “Verso le ore 11 del giorno precedente, fui avvertito che due internati litigavano, ferendosi...”. Sul pavimento della stanza di Cesnik le guardie trovarono evidenti tracce di sangue, altre ancora presso l’infermeria, dove l’uomo si era fatto medicare una ferita alla testa. 

La versione di Cesnik è dettagliata e quasi cinematografica: 

La sera precedente due internati non si erano presentati in mensa, e le loro porzioni di pane erano state prese dagli altri. La mattina seguente egli si era dunque “permesso” di prendere una razione che pensava spettasse ai due assenti. Poco dopo però era arrivato Trevisan, addetto alla cucina, reclamando il pane e insultandolo: “vigliacco”, “schifoso”. Da lì, la colluttazione. Cesnik racconta di essere stato trascinato via, trattenuto per le braccia mentre Trevisan lo colpiva alla testa con uno zoccolo; ferito e sanguinante, avrebbe poi rotto con un pugno il vetro del balcone dove era stato rinchiuso da alcuni altri intervenuti a sedare i litiganti. 

La testimonianza di Trevisan, pur simile nei punti essenziali, introduce sfumature diverse: lui avrebbe scoperto il furto tramite un altro internato, si era precipitato nella stanza di Cesnik e aveva reagito ai suoi tentativi di negare l’accaduto. Sostiene di aver afferrato uno zoccolo per difendersi, ma di non sapere se i colpi fossero andati a segno. 

Testimoni e conseguenze 

Altri internati — Serico Nicodemo, Cerne Pietro, Michele Cirotti — confermarono la dinamica generale: il rimprovero, l’alterco, lo zoccolo usato come arma improvvisata, il sangue, il vetro rotto. 

 Trevisan fu arrestato e rimase ventuno giorni in carcere, ma il processo si concluse con un nulla di fatto nel 1948, quando intervenne l’amnistia Togliatti, che fece cadere ogni accusa. 

Un frammento di storia quotidiana 

A uno sguardo superficiale, la vicenda potrebbe sembrare marginale. Eppure dietro a quelle due fette di pane si intravedono la fame, la tensione, il logoramento psicologico e la convivenza forzata di uomini privati della libertà. Il Campo di Istonio Marina non fu mai un luogo di sterminio, ma resta comunque un contesto di privazione, sorveglianza e disagio, dove anche il minimo degli oggetti — una pagnotta — poteva diventare motivo di scontro. 

I protagonisti 

Di Massimiliano Trevisan conosciamo alcune informazioni: nato nel 1903 a Ronchi dei Legionari, falegname, padre di due figlie, definito “ateo” nei documenti, era un militante antifascista noto alle autorità. Il suo percorso politico è ricostruito dall’ANPPIA (Associazione Nazionale Perseguitati Politici Antifascisti): già negli anni Venti si segnalava per attività sovversive, inclusa la rimozione del fascio da una sede del Partito Fascista nel 1925. Negli anni Trenta divenne corriere del Partito Comunista e del Soccorso Rosso, fino all’arresto del 1934 e alla condanna del Tribunale Speciale nel 1935. Liberato nel 1937 ma sorvegliato, fu internato a Istonio Marina nel giugno 1940, vi rimase fino alla caduta del regime e riottenne la libertà nel settembre 1943. 

Molto meno si sa invece di Giuseppe Cesnik, nato nel 1913 a Palci di San Pietro del Carso, oggi in Slovenia. Incensurato, “cantante ambulante” di mestiere, rappresenta quella componente slava degli internati — provenienti dall’allora Jugoslavia — sospettata dal regime per presunte simpatie comuniste o titine. 

Questo episodio, minuscolo nella scala della grande storia, restituisce però un’immagine potente della quotidianità nel Campo di Istonio Marina. Spero, con questa mia piccola ricerca, di contribuire alla ricostruzione di una storia spesso dimenticata.  

 Alessandro Cianci 

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