sabato 24 febbraio 2018

LA FRANA DEL 1956 (3 di 3): "SI POTEVA RIPARARE LA CHIESA DI SAN PIETRO?", SI'. E invece fu demolita.


di LINO SPADACCINI

Spesso quando si parla della storica chiesa di S. Pietro erroneamente si afferma che è crollata in seguito alla frana del '56. In realtà la chiesa è stata demolita a causa delle profonde lesioni riportare durante i vari movimenti franosi a partire dal 22 febbraio.
La chiesa poteva essere salvata? In molti, ancora oggi, ne sono assolutamente convinti. Purtroppo, la classe politica dell'epoca, non ha fatto abbastanza per salvare la chiesa. Poteva essere ricostruito il muraglione a sostegno della chiesa, ma sarebbe stato troppo oneroso, allora meglio dare un contentino: demolire l’antico edificio di culto e creare una bella passeggiata panoramica.
Le voci sull'abbattimento della chiesa vennero riprese anche da Il Messaggero, in data 27 agosto, qualche giorno prima della frana che provocò il crollo del Palazzo delle Poste: "Fra la cittadinanza… nonostante le assicurazioni dell’on. Romita al tempo del Convegno dei Tecnici, si è diffusa la voce della demolizione del vetusto tempio, che, caso strano, finora non cade, non precipita per le forze oscure della natura; ma può cadere, può precipitare per l’opera dell’uomo che teme che il sacro edificio possa crollare. Eppure si era parlato di isolamento della chiesa! Perché ora si propina al pubblico e ai fedeli la soluzione inattesa dell’abbattimento?".

Nel 1957 don Romeo Rucci, don Michele Ronzitti, insieme ai tre presidenti delle congreghe di San Pietro, Angelo Barone, Nicola Raspa ed Enrico Armeno, accompagnati dall’on. Giuseppe Spataro, si recarono dal Ministro dei Lavori Pubblici, per cercar di salvare la chiesa. L’on. Romita, come già
aveva fatto a Vasto, durante i sopralluoghi effettuati l’anno precedente, diede ampie garanzie per il salvataggio dell’antica chiesa. In realtà il destino della chiesa era già segnato.
Dietro l’abside della chiesa era rimasto circa un metro di strada. Nell’ottobre del 1959 si formò una nuova fenditura che dalla volta della chiesa si manifestava anche nel pavimento del presbiterio e della cripta di S. Espedito. Il Genio Civile di Chieti ne ordinò subito l’abbattimento dietro esproprio e indennizzo di 100 milioni di lire.
Dal 2 dicembre 1959 la chiesa venne demolita pezzo per pezzo. "La notizia sparsasi immediatamente fra la popolazione, ci ha fatto vedere un accorrere di gente nella Piazza San Pietro", scriveva Luigi Del Greco su Il Messaggero, "Su tutti i volti traspariva una intensa emozione, e qualcuno non nascondeva le lacrime nello scorgere gli operai intenti a procedere allo smantellamento di un così maestoso e caro edificio. Ci sembrava che si fosse tornati indietro nel tempo, alle giornate di quel febbraio di tra anni orsono in cui, su tutta la città era calata un’ombra di lutto e sembrava che il destino si fosse accanito contro Vasto, ripetendo i dolori di cento cinquanta anni addietro. Anche allora osservammo l’ansioso chiedere notizie, il correre affannoso o la tristezza di chi doveva precipitosamente abbandonare la propria casa minacciata dalla frana".
Con scrupolosa attenzione, si provvide a salvare gli altari, i marmi del pavimento, della balaustra e delle due scalinate per scendere nella cripta, ma anche tutte le statue, i quadri e i tesori. Tutti i beni in parte furono utilizzati per l’altare e il presbiterio della chiesa di Sant’Antonio di Padova, dove si era trasferita la parrocchia, i quadri, tra cui l’Ecce Agnus Dei di Filippo Palizzi e Il cieco di Gerico di F. Paolo Palizzi, furono trasferiti presso Museo Civico, altre statue di Santi furono dislocate tra le chiese di Sant’Antonio, la Madonna delle Grazie e Santa Filomena, e ancora tante altre suppellettili in deposito presso alcune famiglie.
A tal proposito, nel 1976, sul mensile Vasto Domani, Francesco Paolo Cieri pubblicava un interessante articolo dal titolo "Dove sono custoditi i beni della Parrocchia di S. Pietro?".
Nel lungo articolo, oltre ai quadri più importanti, l'autore si chiedeva dove fossero finiti i numerosi quadri che coprivano le pareti della sagrestia, e ricordava tra questi "La strage degli innocenti", tre bozzetti di Francescopaolo Palizzi, e i ritratti dei primi Prevosti della Parrocchia. E si chiedeva ancora: "Dove si trovano le statue di S. Omobono (patrono dei sarti e dei mercanti) e di S. Francesco di Paola, i preziosi reliquiari, gli ostensori, i candelabri?... Quale fine ha fatto il monumentale antichissimo organo? Dove sono andate a finire le antiche colonne con i rispettivi capitelli che facevano parte del tempio pagano dedicato a Cerere? Dove sono i leoni che adornavano l'artistico portale?".
Interrogativi questi a cui è difficile rispondere, ancor più a sessant'anni di distanza.
Con la demolizione della chiesa di San Pietro, era stato promesso al parroco Don Romeo Rucci prima e don Stellerino D’Anniballe poi, la costruzione della nuova chiesa. Più volte il vescovo mons. Bosio venne a Vasto per verificare la sede adatta, successivamente individuata a Belvedere Romani, tra il carcere e la caserma dei carabinieri. "L'Arcivescovo di Chieti e Vasto, mons. Giovan Battista Bosio", si leggeva in un articolo di Giuseppe Catania, apparso su Il Tempo del 14 novembre 1961, "in occasione della investitura parrocchiale di San Pietro, concessa al rev. Don Stellerino D'Anniballe, ha annunziato che al più presto l'antica chiesa, ora pressoché ridotta a rudere a causa della frana, sarà ricostruita. Non ha detto quando, ma sarà ricostruita".
Gli anni passarono. Per interessamento dell’on. Remo Gaspari, si riuscirono ad ottenere altri 150 milioni di finanziamento, ma dopo la morte del pastore diocesano, avvenuta il 25 maggio 1967, con la venuta del nuovo vescovo, Mons. Loris Capovilla, si decise definitivamente di non ricostruire più la chiesa di S. Pietro, in quanto quella di Sant’Antonio poteva sopperire a tale mancanza.
Della chiesa di San Pietro oggi non rimane che il bel portale e tanti ricordi rinchiusi nei cuori della gente.

Lino Spadaccini

3 commenti:

Ciccosan ha detto...

La decisione, per quanto dolorosa fosse, e lo dice uno che ci viveva accanto, è stata quella giusta.
La domanda invece ancora di attualità è quella sulla sorte degli arredi e delle opere storiche e artistiche che sono state spostate.
Ed è una domanda che ci facciamo in tono sommesso, mentre dovrebbe essere urlata e la risposta dovrebbe essere perseguita anche a costo di mettere in piedi una commissione d'indagine.
Pensiamo ai marmi dell'altare, ai colonnetti e al cancelletto che delimitavano l'abside, le piastrelle del disegno sul pavimento, i maestosi lampadari, gli altari minori, e tutti quegli ornamenti architettonici che sono sempre presenti in una chiesa.
Chiediamoci anche perchè il portale salvato è stato, ed è tuttora, in quello stato pietoso che tutti constatiamo ogni giorno; mi riferisco, prima di tutto, alla parete verso il mare.
E poi ancora, e questa domanda voglio farla alla Diocesi: perchè sono state costruite nuove chiese dopo quel drammatico evento, e nessuna di queste è stata intitolata a S.Pietro che assieme a Santa Maria, sono state chiese protagoniste di gran parte della nostra storia?

laviniano ha detto...

Ciao Cicco,

Mi sembra ovvio che il portale sia stato salvato come “memoria storica”.

Dalle fotografie postate da Lino Spadaccini mi sembra che il portale era ed è l’unica cosa architettonicamente pregevole (lato entrata).

Chiedi alla diocesi perché delle nuove chiese costruire a Vasto nessuna sia stata titolata a San Pietro.

Lo sai che la diocesi tace. Di chiese dedicate a san Pietro ce ne sono tante, c’è bisogno di nuove dediche, come “Santa Maria del Sabato Santo”, poco titolata in Italia, vedi che bella differenza, più contemporanea.

Non soffrire di nostalgia, specie in questo caso.

un bel saluto da un ex forumista di “piazza Rossetti”.

“vastarolo 43”

Giumbolorossonero ha detto...

Ho letto con interesse e guardato con ancora maggiore partecipazione le immagini della Chiesa di S. Pietro. Sono nato quando da tempo la chiesa rimaneva solo nei ricordi diffusi dei vastesi che conoscevo. Eppure osservarne il fiero campanile, guardarne gli interni imponenti, vederne il portale completato dal resto della facciata come non mi è mai stato modo di vedere perche troppo giovane mi ha suscitato una forte emozione e una struggente malinconia. Mentre osservo, sto vedendo quello che i vastesi, così devoti a quel tempio, punto di riferimento religioso e sociale di un grande quartiere che oggi è scivolato verso il mare con i suoi ricordi, vedevano ogni giorno, senza immaginare quali ne sarebbero state le sorti. Le navate, il portale visto dall'interno che oggi è esposto agli elementi, le statue e le cappelle: quanti vastesi hanno quotidianamente appoggiato il ginocchio in reverente preghiera su quei gradini! La vista di S. Pietro pericolante, dalle volte crollate, dalle mura rimaneggiate, mi suscita la stessa amara malinconia che da la consapevolezza che quanto sto guardando era parte del quotidiano dei miei concittadini e poi, d'improvviso, non lo è più. Un po' come quando si vede una nave nel fulgore della sua operatività e la si rivede, tanti anni dopo, in disarmo presso qualche bacino defilato di un porto. Il pensiero va a mio nonno, scomparso tanti anni fa, che quando veniva a Vasto a trovare il figliolo che qui aveva trovato moglie e si era stabilito, rievocava sempre come, ferito dalle granate nelle campagne di Ortona la notte di Natale del 1943, venne soccorso, portato nelle retrovie ed operato proprio su un altare di S. Pietro.
Concordo con chi afferma che a Vasto sarebbe opportuno consacrare a S. Pietro una delle nuove parrocchie, in omaggio alla secolare storia della storica parrocchia e anche al ruolo assolutamente centrale ricoperto nella storia della comunità vastese.