domenica 21 maggio 2017

VITTORIA COLONNA SPOSA DI FERRANTE D’AVALOS: MODELLO DELLE MATRONE E SPECCHIO DELLE VIRTU’ POETICHE

FOTO DA WIKIPEDIA
Venerata e lodata da Michelangelo Buonarroti

di GIUSEPPE CATANIA

Fra le glorie della Città del Vasto, che nobilitano gli splendori della tradizione culturale della cittadina adriatica, senza dubbio collochiamo Vittoria Colonna, la più illustre delle "virtuosissime dame" che
illustrarono la schiera delle "rimatrici" del Cinquecento.
Ludovico Ariosto, nell'Orlando Furioso (canto XXXVII), le consacrò ben quattro stanze in cui disse di lei - come riferisce l'Abate Giuseppe Maffei nella sua Storia della Letteratura Italiana, vol.II.1849 - ciò che con altrettanta altezza non cantò mai poeta di veruna altra donna". "Vittoria e 'nome; e ben conviensi a nata / fra le vittorie, et a chi, o vada o stanzi, / di trofei sempre e di trionfi ornata / la Vittoria abbia seco, o dietro o innanzi". 

VITTORIA COLONNA IN SPOSA A FERRANTE D'AVALOS


Vittoria Colonna nacque nel 1490 a Marino, sui colli Albani, da Fabrizio Colonna, Gran Contestabile del Regno di Napoli e protagonista della Disfida di Barletta, e da Agnese di Montefeltro, figlia di Federico, Duca di Urbino e sorella di Guidobaldo da Montefeltro. 

Ad appena cinque anni, per aderire ad un espresso disegno del Re di Napoli, il padre la promise in sposa al futuro Marchese di Pescara, Ferrante D'Avalos, di un anno maggiore di lei, che era allevato dalla zia e tutrice duchessa Costanza, nel castello di Ischia.
 

Vittoria Colonna crebbe alla corte di Napoli con frequenti soggiorni a Ischia e a Marino e qui, nel palazzo
paterno, venne confermata alle nozze, appena diciassettenne. Il 13 giugno 1507.

Fabrizio Colonna, che desiderava imparentarsi con il marchesato di Vasto e Pescara e con la nobiltà napoletana, affrettò le nozze della figlia che vennero celebrate, nell'isola di Ischia, il 29 dicembre 1509.
 

Don Ferrante era un giovane bello e dì temperamento focoso, spadaccino spericolato, brillante uomo di mondo, amato dai soldati e dalle gran dame del regno di Napoli.

Paolo Giovio che lo conobbe così lo descrive: "Destro fermissimo senza verun pigro sugo, spagnolissimo", ed il marchese certamente non mancò di procurare alla sua Vittoria momenti di "dolenti sospiri".
 

Talento e valore portarono Don Ferrante ai vertici dell'esercito di Carlo V, durante le cruenti guerre degli imperiali contro i francesi, tanto da essere soprannominato l'Achille dell'Armata Cesarea. Carlo V gli donò la spada ed il cappello di Francesco I, fatto prigioniero durante la battaglia di Pavia, sette arazzi ricamati da donne fiamminghe su disegni ed ornati del Tiziano.
 


E se anche i versi che Vittoria Colonna dedicò al suo sposo, il "bel sol", appaiono ammantati di discrezione, vi si scoprono accenti di velata infelicità coniugale.


Infatti, in una lettera indirizzata all'imperatore Carlo V Vittoria Colonna lamenta che lo sposo prediliga più i campi di battaglia anziché venire a "quietarsi" con lei.
 

Il matrimonio, durato 16 anni, non venne allietato dalla nascita di un erede, ma fu più volte sottolineato da frequenti separazioni. Infatti, Don Ferrante, nel 1512, durante il conflitto fra Spagna e Francia, venne ferito e fatto prigioniero, insieme al suocero Fabrizio Colonna, durante la battaglia di Ravenna.
 

L'anno dopo il Marchese, reso libero da riscatto, è impegnato nella battaglia di Vicenza e, nel 1517, nominato Gran Ciambellano del Regno di Napoli e, quindi, costretto a disimpegnare le incombenze di tale ruolo.
 

Il 24 febbraio 1525 Ferrante D'Avalos, durante la vittoriosa battaglia di Pavia, venne colpito da alcune archibugiate, tanto che il 25 novembre cessò di vivere a Milano. 


LA VITA DOPO LA MORTE DEL MARITO

Vittoria Colonna, anche se sposa non felice, fu, invece, vedova inconsolabile, trascorrendo la sua vita in solitudine, nel convento di San Silvestre a Roma, o a San Paolo di Orvieto, o a Santa Costanza a Viterbo, a Ischia, senza la gioia di un erede e fu così che designò ad esserlo un cugino, Alfonso del Vasto, fiera delle sue qualità, tanto da farle esclamare d'essere costui "nato dal mio intelletto".

Si dedicò a scrivere versi tutti traboccanti di rimpianto per la morte dello sposo, il "bel sol" perduto.
 

"Essa fu il modello delle matrone e lo specchio delle virtù femminili - ricorda il Maffei - ed i biasimi che a Lei dedicò Pietro Aretino, che la odiava perché pagati non gli aveva alcuni denari che egli pretendeva essergli dovuti da suo marito, tornarono in sua lode".

L'Aretino, peraltro, aveva aspramente criticato Vittoria Colonna per le manie di rinchiudersi in convento, indirizzandole impietose staffilate: "Cristo, la tua discepola Pescara / che favella con teco a faccia a faccia / e ti distende le chietine braccia /ove non so che frate si riposa".
 

Non solamente, ma anche dileggiando il di lei nipote allevato con "materna" tenerezza, deridendolo per la mania dei suoi "profumi" e l'irrefrenabile ambizione spagnoleggiante: "II Marchese del Vasto da Nembrotto / che aveva posto monte sopra monte/ nell'ultima battaglia di Piemonte / con riverenza se la fece sotto...".
 

L'AMICIZIA CON ARTISTI E LETTERATI DEL TEMPO


Le rime di Vittoria Colonna divennero famose anche quando ella era in vita, tanto che se ne stamparono ben quattro edizioni e furono apprezzate ovunque, sì da essere confrontate con quelle degli altri rimatori petrarcheschi del Cinquecento, ispirate a emotività spirituali.

L'altezza del suo ingegno, la beltà del suo corpo e dell'animo, vennero magnificati dai grandi letterati del tempo, quali l'umanista fra i più dotati, il Cardinale Pietro Bembo, lo storico e letterato Paolo Giovio, Vescovo di Nocera dei Pagani, il letterato Annibal Caro, Torquato Tasso, Ludovico Ariosto, sì da essere ricordata come "una fra le schiera femminile che onora l'Italia".
 

Michelangelo Buonarroti
 
scrisse e dedicò a Vittoria Colonna numerosissimi versi ispirati alla vigorìa del suo spirito e dettati dal profondo dell'anima, spesso accostando l'immagine della poetessa ad un misterioso impulso capace di fargli trarre dal freddo e grezzo marmo forme sublimi, non nascondendo di nutrire per lei una manifesta venerazione, un sincero amore, non corrisposto: "A Vittoria Colonna - Un uomo in una donna, anzito a uno dio,/per la sua bocca parla, /ond'io per ascoltarla/ son fatto tal, che ma' più sarò mio./ I' credo ben, po' ch'io/ a me da lei fu' tolto,/ fuor di me stesso aver di me pietate;/ sì sopra 'l van desìo/ mi sprona il suo bel volto,/ ch'io veggio morte in ogni altra beltate./ O donna che passate/ per acque e foco l'alme/ a' liei giorni,/ deh, fate c'a me stesso più non torni./ (Rime, Michelangelo)

Ma si può affermare che tutti gli esponenti della cultura del Cinquecento ebbero in grande considerazione l'opera poetica di Vittoria Colonna, lodando la fama della scrittrice dai sentimenti nobili, dai valori morali di grande prestigio, per sangue e per alta schiatta, stimata soprattutto per la grande intelligenza e lo stile dignitoso, con cui seppe illustrare la sua vita fino alla
 morte giunta, dopo lunghissima malattia, il 25 febbraio 1547.
Dal convento delle Benedettine di S.Anna in Roma era stata condotta nella casa dei parenti Giulia e Giuliano Cesarmi, alla Torre Argentina.
 

L'amico devoto ed ammiratore Michelangelo Buonarroti la vegliò fino all'ultimo e fu presente alla sua morte, rimpiangendone sempre la scomparsa di un genio non comune, tanto da fargli esclamare: "Morte mi tolse un grande amico!".
 

Della "donna bella e crudele" Michelangelo Buonarroti ardentemente sperava di poter ritrarre le fattezze, ma vi è un disegno a schizzo che l'artista ha eseguito e che taluni ritengono di intravedere nelle sembianze di Maria nel Giudizio Universale.
 

Per la Marchesa di Pescara Michelangelo compose a carboncino su carta un Crocifisso custodito nel British Museum di Londra, una "Deposizione" con il Cristo tolto dalla Croce da due angeli al cospetto nell'Addolorata con le braccia protese, ed una "Samaritana al Pozzo".
 

L'assillante desiderio di tradurre in un'opera scultorea l'immagine della Marchesa è ravvisabile nella prima versione del Cristo per la Pietà Rondanini, col tratto appena abbozzato di Vittoria Colonna, rimasto incompiuto.Il frammento venne ritrovato in un muro nei pressi della Chiesa di Santa Maria in Trastevere a Roma, trasporta Milano.

Michelangelo non cessò mai di scrivere per lei versi traboccanti di speranze col desiderio di poter appagare la bramosia d'essere corrisposto. Lei, invece, mite, discreta, sdegnosa d'ogni iniziativa, non dedicò mai versi a Lui.
 

Restò sempre in silenzioso romitaggio, nella tristezza e nella solitudine, ad illanguidire nei ricordi d'una giovinezza spezzata nel fiore degli anni.
 

Per la morte di Vittoria Colonna, Michelangelo Buonarroti compose questi versi struggenti:
 
Per non s’avere a ripigliar da tanti /quell’insieme beltà che più non era,/in donna alta e sincera/prestata fu sott’un candido velo,/c’a riscuoter da quanti/ al mondo son, mal si rimborsa il cielo./Ora in un breve anelo,/anzi in un punto, Iddio/dal mondo poco accorto/se l’ha ripresa, e tolta agli occhi nostri./Né metter può in oblio,/ benché ’l corpo sie morto,/i suo dolci, leggiadri e sacri inchiostri./Crudel pietà, qui mostri,/se quanto a questa il ciel prestava a’ brutti,/ s’or per morte il rivuol, morremo or tutti.
I sonetti ed i madrigali dedicati ed ispirati a Vittoria Colonna e composti da Michelangelo Buonarroti del 1536 al 1547 per la "donna alta e degna", "divina donna", dagli atti "divini", dagli occhi "santi" e dalla beltà "superba" oltre a costituire aspetti singolari, forse contrastanti con quelli ispirati all'amore per la donna "bella e crudele", "indomita e selvaggia", ovvero "aspra e fera", ma tutti traboccanti di passionalità, costituiscono un monumento insostituibile per testimoniare la vitalità perenne delle rime che compongono il "canzoniere" di questa poetessa dalla dignità letteraria, gloria della cultura italiana del Cinquecento.
 
GIUSEPPE CATANIA
Giuseppe Catania

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