martedì 14 marzo 2017

DOPO 2000 ANNI: SCOPERTO A VASTO UN LUME ANCORA ACCESO IN UNA TOMBA ROMANA

Nel secolo XVII si rinvenne un lume ancora acceso nel sepolcro di Eunomia: leggenda e realtà nelle lampade perenni di Vasto

di  GIUSEPPE CATANIA

Storia, leggenda, mito, realtà, talvolta sembrano accomunati in taluni fatti del passato e sono tuttora materia di meditazione e di studio per il mistero che li avvolge e che pure lascia perplessi nel constatare l'alto grado di civiltà raggiunto dalle genti antiche che abitarono questa terra.
Parliamo di un capitolo inedito della storia di Vasto che è connesso al problema archeologico, materia molto ricca e varia, che basa il suo ragionamento sulla scienza e sul grado di notevole conquista di cui furono protagonisti i nostri progenitori.
Lo spunto ci viene dato da. una citazione contenuta a pag. 171 della «Storia di Vasto» di Luigi Marchesani, a proposito di reperti archeologici affioranti ovunque nel sito ove esisteva la romana Histonium, ora Vasto.
«Tombe non meno volgari scoprironsi - dice Marchesani - ne' dintorni di S. Martino: correndo il secolo diciassettesimo si smantellò quella in cui Auda collocò l'urna della dolcissima figlia Eunomia (iscriz. 32): l'urna foggiata a mortaio con coperchio impiombato, includeva lume eterno, che si spense (se 'l credi) appena desso e le ceneri sentirono il contatto dell'ambiente”.
Lo stesso Domenico Romanelli, insigne storico e serio
ricercatore di notizie dell'antichità, nel tomo I del volume «Scoverte Patrie» (pag. 204), riferisce sull'episodio riportando l'iscrizione della lapide:AUDAS EUNOMIAE FIL  DULC. “Questa si trovò affissa ad elegante sepolcro in un
predio, al riferir del Viti, di S. Martino. Al didentro si rinvenne lucerna marmorea ricoverta di piombo tuttavia ardente, che all'aprirsi del sepolcro, si estinse”.
Il fantastico episodio, lascia adito a tante congetture, fino a lasciarci pessimisti, se non avessimo altre simili testimonianze.
Infatti, verso la metà del XV sec., mentre, veniva scoperto il sarcofago di Tullia, figlia di Cicerone, si fece una sensazionale scoperta. Il corpo della fanciulla, ancora intatto, giaceva immerso in un
liquido trasparente la cui composizione risultava sconosciuta.  E fatto ancora più strano è che, ai piedi del corpo incorrotto «brillava» una lampada che si spense non appena venne a contatto dell'aria.
Fantasia? Realtà? Non sta a noi giudicare, ma è certo che gli antichi già conoscevano il segreto dell'elettricità o qualcosa del genere, che li metteva in grado di ottenere luci che durassero in eterno. Ma come siano riusciti a risolvere il problema della illuminazione, ed a costruire lampade capaci di brillare, è un mistero ancora insoluto, come un arcano la tessitura panno di amianto, simile a quello rinvenuto il 25 maggio 1820 in località San Martino, a circa 200 metri dal Santuario dell'Incoronata, che avvolgeva uno scheletro di epoca romana (v. Il Tempo d'Abruzzo 26-5-76), Egiziani, Greci.
Romani, usavano deporre nei sepolcreti lampade illuminanti nella credenza di aiutare i defunti a trovare la strada per attraversare la «valle delle ombre».
Dopo secoli sì calcola che circa 1500, di cui si ha notizia, siano le lampade trovate ancora accese all'apertura di tombe. C'è chi sostiene l'impiego di materiale radioattivo o di plasma freddo caricate da una batteria a freddo, o qualcosa di simile, capace di produrre una minima luminosità dalla considerevole durata, atta a creare effetto di suggestione nei sepolcreti.
Il greco Luciano (120-180 d.C.) riferisce che, nel corso del suo viaggio a Hierapolis, nella Siria settentrionale, gli venne mostrato un gioiello incastrato in una testa d'oro della dea Hera che «emanava una grande luce», tanto che «il tempio risplendeva come fosse stato illuminato da una miriade di ceri».  Nel 1° sec. detta nostra era, Plutarco ricorda d'aver visto una lampada perpetua nel tempio di Jupiter Ammonis che ardeva, inesauribile alle intemperie, da molti anni.
Energia radioattiva? Possibile. Che gli Egizi avessero cognizione ed impiegassero sostanze radioattive è provato dal fatto che le mummie ed il sistema adatto per giungere alla conservazione perenne dei cadaveri dei Faraoni, hanno subito un trattamento «radioattivo».
Zacharia Ghoneim, archeologo del Cairo ha svelato il mistero della maledizione della mummia di Tutankamen. La morte di numerosi archeologi non è stata prodotta dalla «maledizione», bensì da «cancrena atomica» di cui furono oggetto coloro che ebbero contatti con le mummie.
«Si è constatato (riferisce Ghoneim) che la pece con cui venivano conservati i cadaveri attraverso la mummificazione proviene dalle rive del Mar Rosso, e da alcune regioni dell'Asia Minore e contiene sostanze fortemente radioattive."
Non solo, ma la radioattività è propria anche alle bende usate per fasciare le mummie. E le intere camere mortuarie erano probabilmente piene di polvere avente le stesse proprietà».
Si è voluto, non solo preservare le salme dal processo di decomposizione,  ma punire violatori delle  tombe, ricorrendo alla «radioattività».   Sostanze radioattive per rendere incorruttibili i corpi e lampade che rimangono accese per 1500 anni!
Cosa pensare se non all'energia atomica?
Le moderne civiltà non hanno ancora prodotto qualcosa del genere e piuttosto si è indotti ad essere scettici per non apparire inferiori alle conquiste del passato. Però tutto dimostra che proprie le civiltà antiche insegnano sempre qualcosa all'uomo d'oggi. Ricordiamo che Tullio, figlia di Cicerone, giaceva immersa in un liquido trasparente la cui composizione, verso la metà del sec. XV era ignota, e che ai suoi piedi brillava ancora una lampada. Con quale energia era alimentata la lampada trovata ancora accesa nel sec. XIX all'interno del sepolcro di Eunomia, in località San Martino di Vasto?
Quali occulti elettricisti operavano 2000 anni fa? Gli Etruschi, certo, conoscevano i segreti ed i principi dell'elettricità; il fatto che le loro abitazioni fossero nei sottosuolo ci convince a ritenere che sapevano sopperire all'oscurità .
Porsenna, poi, avrebbe impiegato l'elettricità per rendere innocuo un mostro che minacciava il suo regno: il mostro si chiamava Volt!


GIUSEPPE CATANIA 

1 commento:

profmugoni ha detto...

Il grande Giuseppe Catania, giornalista e studioso della storia di Vasto, anche stavolta ci regala una "lectio magistralis" sui misteri del passato, lo fa nel momento più indicato: la ricorrenza dei cari Defunti, e ancora egli ferma la nostra attenzione su un fenomeno, storicamente certo, ma allo stato non spiegabile dalla nostra scienza.

Il bel "pezzo" di articolo, riportato dal giornalista Catania, quanto meno fa riflettere il lettore sulla relativa autorità dell'attuale scienza e, di contro, ammirare le belle competenze tecniche degli uomini passato, per tanti versi smarrite nel tempo, e ora per noi incomprensibili, misteriose.
f. mugoni