venerdì 27 aprile 2018

Alla (ri)scoperta di Vasto: il Palazzo Mayo e le vicende della gloriosa famiglia

di GIUSEPPE CATANIA
Si deve soprattutto all'iniziativa privata, attraverso lodevoli ristrutturazioni che salvaguardano gli impianti storici urbani, il recupero di antichi edifici che furono un tempo la dimora della nobiltà vastese.
Nelle "Ricerche di araldica vastese" di Vittorio d'Anelli (1973), viene riferito: "Nei 150 anni di residenza vastese, i Mayo abitarono sempre in quella grande casa delimitata da piazza L.V.Pudente - Vico Giosia e Palazzo D'Avalos"
Palazzo Mayo,  lato d'Avalos
via Giosia, il retro del Palazzo Mayo
 In vico Giosia, nei decenni scorsi, durante i lavori di recupero di alcuni vani a piano terra, sono affiorati dal pavimento in mattoni cotto, due botole che introducono in due ambienti sotterranei. Si è certi che si tratti di cisterne, come era nelle caratteristiche costruttive edilizie degli antichi palazzi della Città di cui si hanno molti esempi negli edifici del centro storico. Una, sicuramente, per la raccolta delle acque (a considerare la grossa pietra solcata da un condotto) e l'altra utilizzata per la conserva delle derrate alimentari. Le pareti, in mattoni saldati da malta cementizia, risultano perfettamente impermeabili. L'accurata opera di restauro ne ha evidenziato l'intatto stato primitivo, come si poteva notare negli anni scorsi visitando esposizione de “Il Guscio" oggettistica articoli da regalo. Le notevoli dimensioni e la caratteristica costruttiva ci portano a ritenere che le due cisterne appartengano all'abitazione di una facoltosa e nobile famiglia vastese , che, dai riscontri storici, risulta quella dei Conti Mayo.
La struttura dell'edificio risponde all'uso del ("cotto" introdotto dai romani, e che ha trovato largo impiego a partire
dal IV secolo a Vasto, non solo per la realizzazione della muratura ed anche per ricoprire i tetti (coppi), ed anche per coprire i pavimenti (quadroni) giacché tale materiale risultava più pratico.

I Mayo quindi abitarono sempre in quel grande palazzo con il fronte principale su piazza L.V. Pudente e i lati verso i giardini d’Avalos e via Giosia.

Numerosi esponenti di questa nobile famiglia ebbero incarichi prestigiosi esercitando professioni scientifiche, letterarie, giudiziarie e coprirono impieghi statali.

Le ricerche sulla famiglia Mayo ci consentono - anche di ricostruire alcuni aspetti storici oltre ad approfondire le notizie sulla presenza a Vasto della nobiltà dell'epoca.
I Mayo sono originari del Molise e Giovanni Battista ricevette il titolo di Conte dal Marchese del Vasto Cesare Michelangelo d'Avalos nel 1702, per nomina dell'Imperatore Leopoldo I d'Asburgo.

Nel 1770 incontriamo Venceslao Mayo (nato a Baranello in provincia di Campobasso nel 1738, incaricato dell'amministrazione generale dei beni di Casa D'Avalos, sposo di Eutropia Cardone e poi di Giacinta Leone. Fu poeta eccelso, corrispondente della Reale Società Patriottica di Chieti, esperto in Giurisprudenza. A lui, morto a 73 anni, nel 1811, i numerosi congiunti posero un sepolcro marmoreo nella chiesa di Santa Maria Maggiore.
Nel 1791 scrisse alcune riflessioni sul progetto di abolizione dei Regii Stucchi con la surroga di altri fondi, ritenute in grande considerazione dai Ministri di Stato.

Il Conte Venceslao Mayo è ricordato per un episodio legato alla rivolta dei Sanfedisti che scoppiò a Vasto il 2 febbraio 1799. In città gli animi erano stati infiammati dai sanguinosi : avvenimenti che avevano travolto la Francia e che ebbero sanguinosi epiloghi anche a Vasto, con saccheggi delle abitazioni di numerose famiglie ed uccisioni tra cui i municipalisti Floriano Pietrocola, Francescantonio Ortenzio, Filippo Tambelli, Paolo Codagnone e, inoltre Epimenio Sacchetti Alfonso Bacchetta, appartenenti alla nobiltà locale. La rivolta durò ben 20 giorni e il 30 Maggio la città venne assediata dal generale borbonico Giuseppe Pronto, con al seguito un esercito di 4.000 armati. La città prima oppose una strenua resistenza, ma dovette capitolare e, per evitare il saccheggio e la distruzione, fu costretta a riscattare la salvezza con il pagamento di 8.400 ducati, il Conte Venceslao Mayo vi contribuì in gran parte e si accollò anche il prestito alla Municipalità del resto della somma che, però non venne mai rimborsata.

Suoi discendenti furono il Conte Levino incaricato quale Ricevitore Generale della Provincia; Proilo e Filoteo, Uranio (che venne sepolto ai piedi del sepolcro di Venceslao) arciprete ed illustre predicatore, canonico e teologo in Santa Maria Maggiore nel 1805, Vicario Capitolare delle Diocesi di Penne e Trivento, Vicario Foraneo di Vasto.

Seguono nella lunga serie di nomi originali e bizzarri. 
Quirino, eletto sindaco nel 1820, cui si deve l'iniziativa della istituzione a Vasto della Cattedra di Agricoltura. Per reprimere le frodi in commercio ordinò ai fornai di imprimere sul pane il numero a ciascuno assegnato. Fu anche Consigliere dell'Intendenza di Chieti. 
Nereo, fu Priore delle Confraternite del SS. Sacramento e della Sacra Spina, eletto Decurione nel 1828. Equizio fu ingegnere e Colonnello Aiutante del Genio sotto il Regno di Gioacchino Murat e morì il 13 gennaio 1835 mentre era intento ad istruire i componenti della Compagnia Municipale degli Artificieri-Pompieri da lui fondata. Collaborò anche nell'opera di risanamento edilizio dei vecchi quartieri di Napoli.
Albino, Maggiore del Genio Militare e, poi, Beniamino che sposò Elisabetta dei Conti Ricci, costretto a subire l'umiliazione del carcere per le sue idee antiborboniche. 
Dermino, figlio di Quirino, valente musicista e compositore, insegnante di Armonia al Conservatorio San Pietro a Maiella, morto nel 1877. 
Altro discendente di Quirino Mayo fu Didimo.

Nella lista dei componenti questa nobiltà Neofilo, Elredo, Acindino, Adelfo, Zira, Glaphira, Nicarete, Massimilla (nata nel 1883), Carlo (nato nel 1884) avvocato di grande fama sposato alla contessa Maria Vittoria di Civitella da cui nacque, nel 1922 Venanzo.



Un capitolo alquanto interessante per la storia di Vasto che nel secolo XVI ebbe splendori eccezionali per uomini illustri che ne accrebbero il prestigio e la fama. "Letterati sommi, anzi enciclopedici qui fiorirono - scrive Luigi Marchesani nella "Storia di Vasto" pag.183- il loro talento applicato all'archeologia, a forniti gli elementi della Storia Patria, intorno alla quale dal sestodecimo secolo ad oggi sempre qualcuno a lavorato; tal fu il gusto per le antichità che due Musei fecero chiara la nostra Città". Infatti a quell'epoca Vasto, col nome di Histonium, che richiamava alla memoria la antica civiltà del Municipio dei Romani di cui conserva indelebile tracce, annoverava ben 27 nobili famiglie appartenenti alle cosiddette classi elevate, cioè contraddistinte da condizione economica assai consistente e da notevoli indici culturali. Nella prima metà del 1700 Vasto contava 6.000 abitanti e poteva vantarsi di avere tra i più nobili concittadini 4 conti, tra cui Trivelli, Griggis, de Litiis, Lancetti; 5 baroni, 13 avvocati, 6 medici, 7 notai, 60 preti officianti, 8 conventi religiosi, un Collegio di Clerici insegnanti. Circa 100 famiglie benestanti traevano sostentamento esclusivamente dalle loro rendite, consistenti in terreni produttivi o fabbricati in proprietà ceduti in affitto.

Giuseppe Catania

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