giovedì 24 aprile 2014

Vasto 1814: quando il sottintendente BARONE DURINI respinse l'assedio di oltre 2.000 briganti

Duecento anni fa, il 24 aprile 1814, con approvazione unanime del Consiglio dei Decurioni, il sindaco di Vasto Pietro Muzii attribuiva la cittadinanza onoraria al barone Durini, per aver respinto con grande coraggio l’assedio di oltre 2.000 briganti che minacciavano la città.

Giuseppe Nicola Durini nacque a Chieti il 17 marzo 1765 discendente di una nobile famiglia lombarda. Studiò filosofia e matematica nelle scuole teatine prima di trasferirsi a Napoli dove si laureò in legge.
Verso la fine del 1798 viaggiò molto in Italia e in
Svizzera, ma l'invasione francese nel Regno di Napoli lo costrinse a tornare nella città natale per occuparsi dei beni di famiglia. Nel periodo murattiano ricoprì la carica di Consigliere d'Intendenza a Chieti, mentre nel 1811 venne inviato a Vasto, dove vi rimase fino al 1820, per ricoprire la carica di Sottintendente. Grazie alla tenacia ed alla fermezza di questo straordinario uomo, Vasto ha potuto superare dei momenti terribili quali l’assalto nel 1814 di sette bande di briganti, la devastante frana del 1816, che interessò il costone orientale nel tratto da Porta Palazzo a San Michele, e il colera scoppiato nel marzo del 1817, che causò la morte di circa 2500 vastesi.

Agli inizi dell’Ottocento, durante il governo francese, particolarmente dura e spietata fu la repressione contro i briganti che imperversavano nella nostra regione. Solo tra il 1809 ed il 1810 nei distretti di Vasto e Lanciano furono giustiziati 125 briganti e altri 166 imprigionati.
Briganti

Nonostante la linea dura adottata per sconfiggere questa triste piaga, le incursioni e gli attacchi da parte dei briganti si susseguirono con ritmo incessante nel corso degli anni ai danni dell’inerme popolo vastese.

Il 12 e 13 aprile (martedì e mercoledì dopo Pasqua) del 1814, stanchi delle continue scorribande nemiche, i cittadini risposero con forza alla violenta aggressione da parte di sette bande di malviventi che cinsero d’assedio le mura di Vasto, minacciando saccheggi e stragi. I briganti erano capeggiati da Fulvio Quici, nato a Trivento nel 1776, Pasquale Preside (o Pressete), sanguinario brigante di Scerni con più di cento omicidi alle spalle, e Basso Tomeo, che si faceva chiamare il Re delle campagne. Tra le crudeltà di quest'ultimo personaggio, si ricorda quando una volta bruciò una caserma di gendarmeria, gettando nel fuoco i figli e le mogli dei gendarmi assenti.

Questa volta i briganti non ebbero vita facile perché s’imbatterono in un uomo tenace e coraggioso, il barone Durini, che vincendo la resistenza di quelli che volevano raggiungere un accordo con gli assalitori, convinse il popolo a prendere le armi per respingerli. Fece chiudere le porte della città e dall’alto delle mura e dai bastioni del Castello rispose con decisione al fuoco nemico.

L’azione dei coraggiosi uomini vastesi si mostrò vincente e costrinse i briganti a tentare di entrare in città verso S. Spirito, ma anche da quella parte furono messi alle strette e costretti a ritirarsi all’interno della cappella di S. Giacomo. Il barone Durini, con abilità tattica, piazzò i suoi migliori tiratori sopra la Torre Diamante, proprio dirimpetto la cappella dove si erano rintanati gli assalitori, sparando raffiche di fuoco ad ogni tentativo di fuga. Per mettersi in salvo i briganti furono costretti ad aprirsi un varco nella porta situata sul lato opposto a quello d’ingresso.
Torre Santo Spirito
La resistenza dei vastesi durò fino alle 17 del giorno successivo, quando la notizia dell’arrivo imminente dei soccorsi mise in fuga gli oltre duemila briganti.

Durante l’assedio i banditi provocarono molti danni, facendo man bassa di tutto quello che capitò loro sotto le mani: abbatterono il telegrafo ad asta dalle parti dell’Aragona (in seguito spostato sopra la Torre di Bassano e nel 1839 riportato all’Aragona), danneggiarono l’acquedotto della fontana pubblica, s’impadronirono delle farine indirizzate alla città, divelsero le canne di piombo dell’organo di S. Onofrio per fonderle in palle di archibugio.

“Parmi, o Signori vederlo tutto coraggio in quei tempi difficili brandire le armi, e di persona resistere alle invasioni di nemiche masnade, che turbavano la pace della città, ed obbligavano l’agricoltore ad abbandonare a mezzo il solco l’aratro”, scriveva nel giugno del 1847 Francesco Briganti, “O qual caro pegno di riconoscenza ne ricevette da’ Vastesi! Eglino unanimemente segnarono il diploma di cittadinanza, che dal Durini con cortesia fu accettato… Ma chi potrà esprimere la carità, la sapienza, l’energia da lui spiegata nelle funestissime scene di quei giorni, che durante il breve giro del 1816 e 1817 segnarono l’epoca più trista del territorio Vastese! Terribile scoscendimento rovina buona parte della città e delle circostanti campagne; squallida carestia infievolisce le forze, e predispone le macchine ai morbi; pestifera febbre mena di mezzo al popolo lo spavento, la desolazione”.

Per i meriti conseguiti, nella seduta consigliare del 24 aprile 1814, il sindaco Pietro Muzii, offrì la cittadinanza onoraria al Durini: “Ecco dunque l’Eroe il Difensore della Patria, e’l nostro Cittadino. A tante lodevoli, e virtuose azioni altro compenso non trovo, che di umiliare a Sua Maestà a nome dell’intera Cittadinanza l’attaccamento, e lo zelo, di cui un sì degno Magistrato à fatto pompa in quel tristo avvenimento, nonché la prudenza, e le virtù che lo adornano. E simultaneamente segnare il suo nome nell’Albo de’ Cittadini, acciò sia di gloria a se stesso, ed alla Patria. Questo picciolo tributo è solo, che la Città del Vasto affettuosamente suol presentare nelle attuali sue circostanze; e che la bontà di un sì benemerito Personaggio possa accettarlo di buon grado”.

Per l’occasione fu coniato un medaglione del diametro di quaranta centimetri, con l’effigie del barone Durini, realizzato dallo scultore vastese Florindo Naglieri e donato al Comune di Vasto dai figli di Vittorio d’Anelli dopo la scomparsa del padre.

Oltre a Vasto, il Durini ricoprì la stessa carica a Penne e successivamente quella di Intendente a Teramo.

Stanco delle cariche pubbliche, si ritirò a vita privata a Napoli, dove cominciò a collaborare con periodici di cultura pubblicando vari saggi sugli Annali Civili del Regno delle Due Sicilie, sul Giornale Abruzzese di scienze, lettere e arti e su Il Progresso, con argomenti di sicuro interesse quasi sempre incentrati sul territorio abruzzese. Partecipò attivamente anche alle attività delle Accademie napoletane di cui era socio, come l'Istituto di Incoraggiamento, l'Accademia delle Scienze e l'Accademia Pontaniana, di cui fu presidente nell'anno 1842.

Il filosofo Pasquale Borrelli nell’elogio funebre pronunciato nell’ottobre del 1845 disse del Durini: “Antepose abitualmente alla eleganza maniera la proprietà, la chiarezza: ed effigiò nel suo stile il candore della sua anima, la semplicità de’ suoi costumi”, e ancora, “Allorché gli fu commessa una picciola parte delle amministrazioni dello stato, ei la condusse in maniera, che addimostrossi capace di assai più alte incombenze: e la memoria del suo zelo, della dolcezza de’ suoi modi, e della sua intelligenza rimase ne’ luoghi ch’egli aveva diretti, come nell’orizzonte rimane il crepuscolo di un bel giorno di estate”.

Lino Spadaccini

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